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    Quando quando quando: le canzoni che hanno perso Sanremo e conquistato il mondo

    Fabrizio Pacifici, Tony Renis e Pascal Vicedomini al Salotto Tevere durante l'esibizione a sorpresa di "Quando quando quando"

    A raccontarlo è stato Fabrizio Pacifici, conduttore di un recente incontro al Salotto Tevere dedicato a Pascal Vicedomini: impugnato il microfono, Tony Renis ha dolcemente accennato Quando quando quando, scatenando un’immediata standing ovation. Un applauso trionfale per una melodia immortale che, paradossalmente, a Sanremo non riuscì mai a vincere.

    Sanremo 1962: la sera in cui vinsero altri (e quasi nessuno se lo ricorda)

    L’edizione del 1962 del Festival della canzone italiana si consuma in un clima sociale carico di trasformazioni e di fortissime aspettative. L’Italia viaggia a passo spedito verso il culmine del suo boom economico, e la televisione in bianco e nero detta ormai i nuovi ritmi delle serate domestiche, diventando un faro per le famiglie assieme a un altro rito televisivo che l’Italia non ha dimenticato. In quello scenario ovattato e rigidamente formale, un giovanissimo ed elegante Tony Renis si affaccia sul palcoscenico portando in dote una melodia dal sapore vagamente esotico. Il brano, composto in collaborazione con Alberto Testa, porta un titolo che suona fin da subito come una filastrocca ossessiva e dolcissima: Quando quando quando. L’arrangiamento musicale sceglie di allontanarsi dai consueti sentieri della tradizione, strizzando palesemente l’occhio alle atmosfere sudamericane. Si tratta di una bossa nova adattata al gusto italiano, un esperimento sonoro che cerca di scardinare la ferrea regolarità del belcanto. Rileggendo le ingessate cronache dell’epoca sorge spontanea una certa tenerezza, soprattutto notando come i critici musicali più compassati rimasero disorientati davanti a tanta spensierata leggerezza. La canzone chiuderà la competizione canora fermandosi al quarto posto, un risultato certamente onorevole ma sideralmente lontano da un vero trionfo sanremese.

    Perché la giuria preferì Addio, addio al brano che avrebbe fatto il giro del mondo

    A dominare la scena, in quella fredda e tesa serata ligure, furono due autentici monumenti della musica nazionale: Domenico Modugno e Claudio Villa, vincitori con il brano Addio, addio. Una composizione intensamente drammatica e carica di pathos, cucita con sapienza sartoriale sull’impostazione vocale potente e vibrante dei due grandissimi interpreti. La giuria di selezione, formata da professionisti con le orecchie saldamente sintonizzate sui toni melodrammatici e rassicuranti del decennio passato, decise di premiare la sicurezza della tradizione classica. Si respira nitidamente la sensazione che, all’inizio degli anni Sessanta, un’innovazione ritmica così marcata facesse ancora troppa paura ai palati più istituzionali. Quando quando quando presentava una struttura ritmica considerata troppo sincopata, eccessivamente scanzonata per poter indossare la corona di regina del Festival. Un azzardo sonoro, forse giudicato prematuro per il pubblico medio. Eppure, proprio quella totale assenza di pesantezza accademica si sarebbe presto rivelata il suo principale motore di spinta sul mercato discografico mondiale.

    Le canzoni perdenti di Sanremo diventate più famose dei vincitori

    Osservando le dinamiche storiche della kermesse ligure, appare evidente come la storia del concorso sia letteralmente costellata di abbagli clamorosi. Le giurie tecniche e popolari hanno spesso commesso sviste che il mercato discografico, libero da vincoli teatrali, ha poi provveduto a correggere con spietata lucidità commerciale. In alcuni casi emblematici, composizioni destinate all’immortalità non sono nemmeno riuscite a sfiorare la finale, incassando una cocente e prematura eliminazione fin dal primissimo ascolto. Basti pensare a capolavori musicali assoluti che, brutalmente bocciati al debutto o reclusi nelle retrovie della classifica, hanno inesorabilmente segnato la colonna sonora di intere generazioni, surclassando i vincitori ufficiali in termini di vendite e di popolarità duratura. Di seguito, un quadro riassuntivo dei casi più celebri.

    Anno Brano Perdente Brano Vincitore
    1962 Quando quando quando (Tony Renis) Addio, addio (Domenico Modugno e Claudio Villa)
    1966 Il ragazzo della via Gluck (Adriano Celentano) – eliminata dopo la prima serata Dio come ti amo (Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti)
    1971 4/3/1943 (Lucio Dalla) Il cuore è uno zingaro (Nada e Nicola Di Bari)
    1983 Vita spericolata (Vasco Rossi) Sarà quel che sarà (Tiziana Rivale)

    Da Tony Renis a Pat Boone: come un brano bocciato in patria conquistò l’estero

    Il mercato estero, felicemente privo delle pesanti sovrastrutture accademiche che condizionavano la critica nostrana, scelse di accogliere la composizione di Tony Renis a braccia aperte. Il celebre cantante statunitense Pat Boone ne intuì con straordinario fiuto il potenziale commerciale, decidendo di inciderne una scintillante versione in lingua inglese che scalò a tempo di record le classifiche d’oltreoceano. Da quel preciso istante, la traccia smise i panni della semplice canzonetta italiana per trasformarsi in uno standard musicale su scala globale. Le innumerevoli riletture artistiche arrivate nei decenni successivi, dalla versione vellutata di Engelbert Humperdinck fino alla più recente e sofisticata interpretazione jazzistica di Michael Bublé, hanno certificato la formidabile plasticità di questa melodia. Apparentemente basilare, la sua architettura armonica sfiora in realtà la perfezione stilistica. Si tratta di una rivincita storica per un’opera nata in un momento di marcato provincialismo culturale, ma in possesso delle chiavi giuste per dialogare in un linguaggio autenticamente universale. Un ripasso di queste battute ritmiche rimane ancora oggi il modo migliore per apprezzare la musica italiana di qualità.