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    La città dei vivi: perché il caso Varani torna al cinema senza fare cronaca nera

    Un momento informale sul set del film La città dei vivi

    Non serve riavvolgere il nastro sui dettagli morbosi, perché la memoria collettiva non ha mai davvero archiviato quel marzo romano. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, nella sezione Orizzonti, arriva un’opera che sceglie il pudore laddove ci si aspetterebbe il sensazionalismo.

    Dieci anni dopo: perché questo caso torna ora

    Sono passati 10 anni da quando il nome di Luca Varani ha squarciato le coscienze, trasformandosi in uno spartiacque per l’opinione pubblica italiana. Riportare sul grande schermo una vicenda simile richiede un equilibrio raro e una profonda onestà intellettuale. Nel 2016, l’Italia si è trovata a fare i conti con una ferita che andava ben oltre la semplice cronaca nera: era lo specchio di una generazione smarrita, di una società borghese che nascondeva i propri demoni dietro porte blindate in quartieri apparentemente tranquilli. Sorge spontanea la sensazione che il tempo trascorso non sia servito a cicatrizzare, ma a fornire la giusta distanza focale per osservare senza emettere sentenze immediate.

    Oggi, l’adattamento cinematografico di La città dei vivi, liberamente ispirato al capolavoro letterario di Nicola Lagioia, non cerca risposte rassicuranti. Il volume, divenuto un vero e proprio caso editoriale capace di superare le 150.000 copie vendute e di essere tradotto in innumerevoli nazioni, dalla Francia al Brasile, aveva già tracciato una strada complessa. Emanuele Maria Di Stefano presta il volto a Luca Varani, mentre un misurato Valerio Mastandrea interpreta Giuseppe Varani, ancorando il racconto a una dimensione di dolorosa dignità. Roma stessa, raccontata come un palcoscenico monumentale ma intimamente dimesso, capace di accogliere ed estraneare nello stesso istante, diventa protagonista invisibile di questa parabola.

    Voce Dato
    Titolo La città dei vivi
    Regia Edoardo Gabbriellini
    Cast principale Valerio Mastandrea, Emanuele Maria Di Stefano
    Sezione Venezia 83 Orizzonti
    Sceneggiatura Fabio e Damiano D’Innocenzo
    Uscita in sala 1° ottobre 2026
    Distribuzione Eagle Pictures

    Il paragone controverso

    In un’epoca satura di contenuti che sezionano le tragedie umane per trasformarle in prodotti di consumo seriale, la scelta di Edoardo Gabbriellini appare quasi eversiva. Il filone del “true crime” ha progressivamente addomesticato il pubblico, abituandolo a podcast morbosi, documentari minuziosi e lunghissime analisi sulle piattaforme digitali, dove ogni dettaglio macabro viene cannibalizzato per generare quello che oggi amano definire “hype”, per usare un termine molto in voga sui social network. Eppure, qui la rotta viene nettamente invertita.

    L’intento dichiarato dal regista fissa un paletto morale inequivocabile: «Era fondamentale evitare la pornografia del dolore e i toni sensazionalistici che un fatto di cronaca sembra chiamare in prima istanza», precisa Gabbriellini. Si respira la necessità di svestire la violenza di qualsiasi fascino oscuro o finalità narrativa, rifiutando la struttura classica dell’indagine per restituire un volto e un tempo alla vittima. Il regista, forte del suo passato da attore che ne ha affinato la sensibilità verso le dinamiche umane sul set, adotta una distanza che definisce orgogliosamente “pudica”. Affidarsi a silenzi e gesti trattenuti permette di esplorare la quotidianità dei personaggi, rifiutandosi di ridurli a mere funzioni registiche o a sintomi di un disagio preannunciato. Un approccio che richiede audacia, invitando lo spettatore a rinunciare al confortante schema del carnefice da condannare per potersi auto-assolvere.

    Il dettaglio che le schede-film non dicono

    C’è un elemento tecnico, spesso omesso dalle sintetiche locandine promozionali, che merita un’attenzione particolare per chi ama leggere tra le righe di un’opera. Chi si ferma alla superficie potrebbe ignorare che dietro la solida impalcatura narrativa di questa trasposizione cinematografica c’è l’impronta di Fabio e Damiano D’Innocenzo alla sceneggiatura. Una scelta che chiarisce immediatamente la grammatica emotiva dell’operazione.

    "La città dei vivi", poster ufficiale del film con Valerio Mastandrea, Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi, al cinema dal 1° ottobre 2026

    I gemelli del cinema italiano hanno ampiamente dimostrato di saper dissezionare le periferie dell’anima, muovendosi con estrema destrezza tra il candore giovanile e le derive più cupe e alienanti del tessuto capitolino. Il loro intervento assicura quella preziosa sospensione del giudizio che rende la pellicola un racconto di formazione interrotto, piuttosto che un freddo resoconto giudiziario. Non vengono fornite diagnosi sociali consolatorie, né facili morali. Si osserva il disgregarsi di una traiettoria vitale con una delicatezza che, a tratti, sfiora la vera e propria poesia visiva. Affidare un tema così insidioso a due penne abituate a scandagliare le nevrosi dell’uomo contemporaneo rappresenta una garanzia di qualità per lo spettatore esigente.

    Quando e dove vederlo

    La pellicola arriva nelle sale italiane a partire dal 1° ottobre, distribuita capillarmente da Eagle Pictures, per poi approdare in un secondo momento sulla piattaforma HBO Max. Si tratta di una strategia distributiva solida, orchestrata in sinergia con le case di produzione Cinemaundici e Lungta Film, che denota una forte fiducia nel potenziale dell’opera e testimonia il valore universale del progetto.

    L’impatto di un’opera senza risposte

    Riflettere su La città dei vivi oggi significa, in fondo, confrontarsi con il concetto stesso di vuoto identitario. Il cinema, quando abdica al ruolo di mero intrattenimento serale per farsi specchio delle vulnerabilità collettive, assolve al suo mandato più nobile. È rassicurante illudersi che il male risieda esclusivamente in mondi estranei e marginali, ma questa narrazione ci ricorda la prossimità dell’abisso alle nostre esistenze apparentemente normali.

    Forse, il vero scoglio per chi deciderà di sedersi in sala non sarà la visione in sé, ma l’imparare a convivere con quelle domande a cui il film, per puro rispetto, sceglie consapevolmente di non rispondere. Un’esperienza di visione che richiede apertura mentale e disillusione, perfetta per chi cerca la sostanza oltre la superficie.