Sembra quasi un affronto scoprire solo oggi un dettaglio del genere. Per oltre 40 anni intere generazioni hanno versato fiumi di lacrime davanti a quegli occhi enormi e sgranati, credendoli il capolavoro assoluto di una fantasia aliena slegata dalla realtà. Invece, la verità era letteralmente nascosta alla luce del sole, plasmata sui lineamenti di tre uomini che hanno segnato profondamente la storia del secolo scorso. Sorge spontanea una certa indignazione benevola di fronte a una rivelazione simile.
E.T. l’extra-terrestre nasconde un segreto svelato dallo stesso regista
L’opera uscita nel 1982 ha ridefinito il concetto stesso di meraviglia cinematografica, incassando quasi 800 milioni di dollari a livello globale e trasformandosi in un pilastro intoccabile della cultura pop. Non si tratta di una semplice favola fantascientifica, ma di un trattato sull’empatia, sull’abbandono e sull’amicizia. Eppure, dietro la magia indiscutibile della macchina da presa, si cela un aneddoto produttivo che Steven Spielberg ha confermato e dettagliato personalmente nel documentario dedicato alla realizzazione della pellicola. Il volto del visitatore spaziale, disperso sulla Terra e braccato dalle autorità governative, non è nato da bozzetti casuali o da visioni oniriche di qualche disegnatore a corto di idee. Il cineasta aveva una direttiva ferrea: voleva ancorare l’aspetto della creatura a sensazioni profondamente umane, sfuggendo in modo radicale allo stereotipo del mostro alieno freddo e inespressivo.
Le mani italiane dietro il mostro più dolce del cinema: il genio di Carlo Rambaldi
Per tradurre questa complessa visione filosofica in materia tangibile serviva un artigiano dell’impossibile, un professionista capace di piegare la fisica alle esigenze della sceneggiatura. L’incarico ricadde inevitabilmente su Carlo Rambaldi, geniale scultore e mago degli effetti speciali, fiero rappresentante di un’epoca irripetibile in cui il cinema si toccava fisicamente con mano. Un set fatto di cavi d’acciaio, lattice fuso, meccanismi idraulici e ingranaggi, posizionato decenni prima dell’avvento massiccio dei modelli generati al computer. La scelta di affidargli il progetto non fu un azzardo. Il maestro italiano possedeva un curriculum impeccabile e una capacità quasi sovrannaturale di infondere un’anima ai burattini inanimati. A onor del vero, sfogliando gli archivi storici dell’intrattenimento, quel colosso meccanico lo avevamo già raccontato parlando del King Kong del 1976, costruito dalle stesse mani. Rambaldi prese gli appunti del regista e iniziò a modellare l’argilla, incrociando le proporzioni bizzarre di un corpo tozzo con un collo telescopico.
Due icone del Novecento e un poeta per lo sguardo di E.T.
Il vero colpo di scena, quello che spiazza chiunque creda di conoscere a menadito il film, risiede nei riferimenti visivi scelti per modellare il viso e le espressioni. Nel documentario ufficiale, Spielberg svela di aver richiesto occhi che potessero comunicare una saggezza antica e un’innocenza perduta. Descrisse l’espressione desiderata con parole inequivocabili: li voleva «frivoli ma anche saggi e malinconici», come quelli di tre figure cardine del Novecento che aveva in mente lavorando con Rambaldi: il fisico Albert Einstein, lo scrittore Ernest Hemingway e il poeta Carl Sandburg. Non un identikit applicato zona per zona al volto, ma un riferimento emotivo condiviso: la stessa combinazione di stanchezza, saggezza e malinconia che Spielberg vedeva nello sguardo di tutti e tre. Tre giganti della cultura, fusi in un unico paio di occhi alieni.
Il paradosso del successo e un’empatia impossibile da replicare
Innesca una certa riflessione notare quanto l’imperfezione estetica possa generare un attaccamento emotivo devastante e istantaneo. Se si analizza la scultura facciale di questo personaggio con una freddezza clinica, appare totalmente sgraziata. Un mix improbabile di vecchiaia estrema posizionata su un corpo dalle movenze goffe. Eppure, proprio questa combinazione tra la consapevolezza di un anziano pensatore e la fragilità di un bambino impaurito ha creato un cortocircuito psicologico negli spettatori di ogni latitudine. La creatura funziona immensamente meglio di qualsiasi replica perfetta modellata oggi dai software digitali, proprio perché porta addosso i segni visibili di una vita gravosa. Le pieghe del suo viso richiamano la fatica di chi ha vissuto, pensato e sofferto, ricalcando l’essenza degli intellettuali reali che ne hanno fornito la base estetica. Una lezione di design magistrale, lontana anni luce dalla plastica levigata dei blockbuster moderni.
Da Alien agli Oscar: le rivoluzioni meccaniche di un maestro
L’eredità di questo processo creativo si estende ben oltre il perimetro della rassicurante villetta californiana di Elliott. Le stesse mani esperte che hanno plasmato lo sguardo malinconico ispirato ai tre giganti del Novecento avevano già terrorizzato l’intero pianeta. Rambaldi è infatti la mente ingegneristica dietro i movimenti viscerali dello Xenomorfo nel capolavoro Alien del 1979. Passare dal terrore psicologico dello spazio profondo alla tenerezza disarmante di un alieno botanico dimostra un talento senza precedenti. Una versatilità tecnica che l’industria hollywoodiana ha giustamente celebrato, conferendogli ben tre premi Oscar per i migliori effetti speciali lungo la sua inimitabile carriera.
Riguardare l’atterraggio dell’astronave stasera, alla luce di questa strana genealogia, altera completamente l’esperienza visiva. Soffermarsi sugli sguardi umidi del burattino significa cercare il fantasma di un genio della fisica, l’ombra di un romanziere inquieto e i versi di un poeta, celati per sempre sotto uno strato di gomma.









