Il cinema è, per sua intima vocazione, l’arte della magnifica menzogna. Quando nel dicembre del 1976 le luci si spensero sulle poltrone di velluto, milioni di spettatori credettero a un’illusione titanica orchestrata da maestri dell’inganno visivo. Oggi emerge un dettaglio inaspettato, capace di ricalibrare mezzo secolo di affettuose certezze.
Il ricordo di chi lo vide al cinema nel 1976: “era un robot gigante”, una convinzione mai davvero verificata
Chiunque avesse l’età giusta per affollare una sala cinematografica alla fine degli anni Settanta, custodisce una memoria apparentemente granitica: il possente scimmione voluto dal produttore Dino De Laurentiis era un autentico miracolo di meccatronica. La massiccia campagna promozionale tambureggiava incessantemente su questo tasto, magnificando l’opera ciclopica del costruttore italiano di Vigarano Mainarda. I rotocalchi dell’epoca non esitavano a titolare su un mostro d’acciaio e circuiti idraulici alto 12 metri, alimentando una fascinazione collettiva inarrestabile. L’auto-convinzione del pubblico è stata talmente profonda che ancora oggi, tra dibattiti da salotto o accese discussioni sulle bacheche digitali, la vulgata difende a spada tratta l’impiego esclusivo di quell’automa per l’intera durata della pellicola. La mente umana, evidentemente, preferisce nutrirsi del mito piuttosto che soppesare la freddezza del fotogramma.
La verità: quanto tempo il vero colosso meccanico di Rambaldi resta effettivamente in scena, e chi lo sostituisce per il resto del film
Analizzando i diari di produzione originali, affiora spontanea una sensazione di indignata meraviglia. I numeri nudi e crudi raccontano una storia diametralmente opposta alle sfavillanti promesse del marketing hollywoodiano. L’imponente creatura meccanica, divoratrice di budget e venduta ai media come la star assoluta del progetto, compare sullo schermo per appena 15 disarmanti secondi. Si tratta di una manciata di riprese statiche, montate chirurgicamente per giustificare l’investimento, mentre per quasi tutto il resto del film a terrorizzare il pubblico c’è banalmente un uomo. Nello specifico, le movenze del primate appartengono al truccatore ed esperto di effetti speciali Rick Baker, intrappolato dentro una pesante tuta scimmiesca. Questo mimetismo artigianale ha ingannato le platee per decenni, con dinamiche del tutto identiche a quando si scopre un altro segreto tecnico nascosto dietro un grande film. L’impiego prolungato del vero robot si era infatti rivelato impraticabile a causa di cortocircuiti continui e di un’espressività irrimediabilmente legnosa.
Il prezzo pagato da un uomo, non da un robot: l’infortunio mai raccontato nei titoli di coda

Sopravvivere dentro una spessa coltre di pelliccia sintetica, sotto i riflettori spietati di un set californiano, sfiora la tortura fisica. Le cronache produttive tacciono spesso sulle sofferenze patite dallo stesso Baker, sottoposto a una severa disidratazione e a un logoramento cronico per la mancanza di ossigeno. Il set di King Kong si dimostrò un ambiente insidioso anche a causa dei giganteschi arti meccanici, costruiti separatamente per garantire l’interazione nei primi piani. Le leggende hollywoodiane amano ingigantire i disastri, ma i fatti reali restituiscono una dinamica ugualmente febbrile: durante una prova tecnica, una controfigura si trovava all’interno della possente mano robotica. Improvvisamente un cavo del polso cedette di schianto, facendo chiudere la morsa d’acciaio con uno scatto secco. L’epilogo non registrò alcun ferito, poiché i tecnici avevano previdentemente installato dei bulloni di sicurezza nelle nocche per limitare la stretta, e il meccanismo funzionò alla perfezione. L’unico a esplodere fu Dino De Laurentiis, la cui leggendaria furia si abbatté sulla troupe esclusivamente per il ritardo accumulato.
Chi era davvero Carlo Rambaldi, l’italiano che sei anni dopo avrebbe inventato E.T.
Dietro le inevitabili goffaggini di quel pachiderma di ferro, pulsava comunque un’intuizione destinata a rivoluzionare l’empatia cinematografica mondiale. Carlo Rambaldi, artigiano già noto negli ambienti del cinema di genere, incassò il contraccolpo produttivo traendone un insegnamento dorato. Se il gigantismo di quell’esperimento aveva mostrato tutti i limiti della tecnologia del tempo, il futuro avrebbe dovuto concentrarsi sui dettagli e sui microscopici tremolii del viso. Sembra una sceneggiatura calcolata il fatto che le stesse mani capaci di forgiare un mostro accantonato per le sue rigidità, sei anni più tardi avrebbero modellato il volto malinconico e rassicurante di E.T. l’extra-terrestre. L’Oscar vinto proprio per il primate newyorkese non premiò la fatica fisica dell’attore nel costume: il prestigioso Special Achievement Award andò ufficialmente a Rambaldi, che condivise il trionfo accademico con lo scenografo Glen Robinson e il supervisore agli effetti visivi Frank Van der Veer.
Cosa resta oggi di quel King Kong, 50 anni dopo l’uscita nelle sale (17 dicembre 1976)
Mentre il calendario corre inesorabile verso il mezzo secolo dall’arrivo nelle sale statunitensi, scoccato originariamente il 17 dicembre 1976, il colosso diretto da John Guillermin emana un fascino dolceamaro innegabile. In un’era cinematografica ormai monopolizzata dalla freddezza dei pixel e dall’onnipotenza del rendering digitale, ritrovare sullo schermo l’imponenza posticcia di un costume restituisce calore alla narrazione. Risulta essere il reperto fossile di un approccio ostinatamente artigianale, plasmato con ambizioni folli e compromessi d’emergenza pur di portare a termine le riprese a ogni costo. Riguardare l’opera oggi, cercando di isolare al microscopio quei famosi 15 secondi meccanici, diventa una deliziosa caccia al tesoro per cinefili. Un eccellente pretesto per premere play in serata, rendendo il giusto tributo a chi ha faticato sotto le mentite spoglie del sovrano dell’isola del Teschio.









