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Un messaggio dalla banca, poi una chiamata WhatsApp: la truffa che inganna anche i più attenti

Smartphone con una notifica sullo schermo appoggiato su un tavolo in salotto, simbolo della truffa del finto agente di polizia su WhatsApp

Ricevere un avviso dalla propria filiale bancaria per un’anomalia sul conto fa sempre sussultare. Quando, subito dopo, squilla il telefono e dall’altra parte c’è un presunto ispettore pronto a risolvere il problema, l’istinto è quello di fidarsi ciecamente. Si tratta invece dell’ennesima trappola ingegnerizzata per sottrarre i risparmi con l’inganno.

Il messaggio sembra arrivare davvero dalla propria banca, e il telefono inizia a squillare pochi minuti dopo

Il primo passo della trappola scatta con un finto messaggio telefonico. I truffatori utilizzano tecniche informatiche, note come spoofing, che permettono di mascherare il numero mittente. In questo modo, l’sms fraudolento si va a inserire esattamente nella stessa conversazione in cui si trovano i messaggi autentici inviati in passato dalla banca. Il testo avverte di un tentativo di frode in corso, creando uno stato di allarme immediato. L’utente non ha nemmeno il tempo di razionalizzare il problema, perché pochi minuti dopo il telefono squilla per davvero. La chiamata avviene quasi sempre tramite l’applicazione WhatsApp. Questo rapido susseguirsi di eventi è studiato a tavolino per non lasciare alla vittima lo spazio mentale per verificare l’autenticità dell’avviso. La coordinazione tra il finto avviso scritto e la telefonata successiva è l’esca perfetta per far abbassare le difese anche agli utenti più smaliziati.

Chi chiama su WhatsApp si presenta come agente di polizia, e usa la foto di un dirigente vero per sembrare credibile

Quando si osserva lo schermo dello smartphone, l’inganno raggiunge un livello di sofisticazione notevole. Il chiamante su WhatsApp sfoggia spesso un’immagine del profilo che ritrae veri dirigenti o funzionari delle forze dell’ordine, accompagnata da loghi istituzionali. I criminali prelevano semplicemente queste fotografie da articoli di giornale o dai siti governativi, costruendo un’identità digitale all’apparenza inattaccabile. Dall’altro lato della cornetta, una voce rassicurante e professionale si presenta come un agente della Polizia Postale o di un nucleo antifrode, citando perfino articoli del codice penale per avvalorare la propria posizione. La messinscena è talmente curata che il finto operatore invita la vittima a cercare il suo nome su Internet, sapendo bene che i motori di ricerca restituiranno i risultati del vero funzionario di cui ha rubato l’identità. Questo passaggio serve a consolidare la fiducia e a preparare il terreno per la richiesta operativa vera e propria.

Il dettaglio che tradisce la truffa: la fretta di “mettere al sicuro” i risparmi, prima ancora di poter verificare qualcosa

Il vero campanello d’allarme, quello che smaschera l’intera operazione, è l’urgenza. Il finto agente spiega che il conto corrente è sotto attacco e che i fondi stanno per essere sottratti da criminali informatici. L’unica soluzione proposta per salvare il capitale è trasferire immediatamente il denaro verso un fantomatico conto sicuro, presentato come gestito dalle forze dell’ordine. L’espediente psicologico si basa interamente sul terrore di un pericolo imminente. Viene richiesto di agire in fretta, senza chiudere la conversazione, spingendo a effettuare un bonifico istantaneo, senza lasciare il tempo di verificare nulla. La pressione temporale impedisce di ragionare lucidamente; un meccanismo diverso ma la stessa fretta artificiale l’avevamo già raccontata parlando della truffa della ballerina su WhatsApp. L’obiettivo dei truffatori è unicamente quello di far completare la transazione prima che il dubbio possa spezzare l’illusione creata.

Il motivo per cui né una banca né un vero agente chiederebbero mai questi dati dentro una chat

Per difendersi efficacemente è necessario conoscere le prassi di base degli istituti di credito e delle forze dell’ordine. Nessuna banca chiederà mai a un cliente di spostare i propri fondi su un altro conto per motivi di sicurezza. Nessun istituto di credito ha bisogno che sia il cliente, tramite un’app di messaggistica, a mettere al sicuro i propri fondi di fronte a un’anomalia. Allo stesso modo, le autorità pubbliche non utilizzano mai applicazioni come WhatsApp o Telegram per contattare i cittadini riguardo a indagini in corso, né tantomeno per guidare spostamenti di denaro. Le comunicazioni ufficiali avvengono esclusivamente tramite canali formali, come le raccomandate, le chiamate dai centralini fisici rintracciabili o le convocazioni dirette in questura. Ogni richiesta di spostamento di capitali comunicata tramite chat deve essere considerata in automatico come un tentativo di estorsione.

Il gesto da fare sempre prima di rispondere, qualunque sia il nome o la foto mostrata sullo schermo

La prima regola d’oro quando si riceve una comunicazione di questo tipo è non cedere all’impulso di assecondare l’interlocutore. La strategia migliore in questi casi è riagganciare immediatamente la chiamata, ignorando le minacce di eventuali conseguenze legali. Subito dopo, si consiglia vivamente di contattare la propria filiale bancaria utilizzando esclusivamente il numero verde stampato sul retro della propria carta, evitando accuratamente di richiamare i recapiti forniti via sms o in chat. Infine, per segnalare un caso sospetto, l’unico canale corretto resta la Polizia Postale, raggiungibile attraverso il portale istituzionale o recandosi di persona negli uffici territoriali.

  • Ignorare le chiamate WhatsApp provenienti da numeri sconosciuti che esibiscono loghi istituzionali o foto di divise.
  • Non eseguire mai bonifici verso conti definiti sicuri o temporanei dall’interlocutore.
  • Contattare la propria banca unicamente tramite i numeri di telefono ufficiali certificati.
  • Denunciare tempestivamente l’accaduto alla Polizia Postale per permettere di tracciare le segnalazioni.