Siamo seduti al tavolino d’angolo di un bar anonimo nella zona industriale, un posto di passaggio dove nessuno guarda in faccia nessuno. È un martedì pomeriggio, poco prima delle 18:00, l’ora in cui la città inizia a rallentare. Dario ha l’aspetto rassicurante che ti aspetteresti: camicia stirata, mani curate da fisioterapista, un sorriso educato che però si ferma sempre un attimo prima di arrivargli agli occhi. Beve acqua gassata e ogni tanto lancia un’occhiata fuori dalla finestra, verso il parcheggio, con l’ansia sottile di chi teme di essere in ritardo per un appuntamento vitale.
Dario, guardandoti da fuori, la tua vita sembra un’equazione perfettamente risolta. Trentaquattro anni, un lavoro solido e tra pochi mesi sposerai Giulia, la tua compagna storica. Eppure, mi hai detto che c’è una parte di questa equazione che non torna. O meglio, che non esiste.
Ride, ma è un suono secco, privo di allegria. «L’equazione… sì. È così che la vedono tutti. I miei genitori, i suoi genitori. “Dario il bravo ragazzo”, “Dario che non salta mai una domenica a pranzo”. È rassicurante, no? Sapere che c’è qualcuno che segue il copione riga per riga. Il problema è che… be’, il copione è diventato una gabbia. E io ho trovato un modo per segare le sbarre. Solo che nessuno vede la sega».
Stai parlando di quei martedì e giovedì sera. Giulia è convinta che tu faccia il turno extra in una clinica privata fuori città. Quei soldi servono per il matrimonio, giusto?
«Già. Il “fondo per il viaggio di nozze”. È perfetto, inattaccabile. Chi si lamenterebbe di un uomo che lavora fino alle undici di sera per il futuro della famiglia? La verità è che non c’è nessuna clinica. Non c’è nessun paziente con la riabilitazione post-operatoria».
E allora dove vai, Dario? Dove sei quando spegni il telefono?
Fa una pausa lunga, fa scorrere l’indice sul bordo bagnato del bicchiere.
«C’è un parcheggio dietro l’ex fiera campionaria. È enorme, buio, non ci va mai nessuno a quell’ora. Parcheggio sempre nello stesso stallo, vicino al muro di cinta. Spengo il motore. Abbasso il sedile. E… torno a casa. Quella vera».
“Quella vera”. Ti riferisci alla tua… altra famiglia.
Il suo viso cambia. Si rilassa, i tratti si distendono per la prima volta. «Esatto. A Clara e Leo».
Clara e Leo non sono persone reali, Dario. Sono foto che hai scaricato da internet. È corretto?
«”Reali”… è una parola strana, non trovi? Ho trovato la foto di Clara su un sito di stock images tre anni fa. Rideva, guardando fuori campo. Sembrava… libera. E Leo, il bambino… l’ho “trovato” poco dopo. Quando sono in quella macchina, al buio, io non guardo delle foto. Io sono con loro. Ho dei quaderni, sai? – Si tocca la tasca interna della giacca – Scrivo tutto. “Oggi Leo ha imparato a dire ‘no’ per tutto”. “Clara ha comprato delle tende nuove, ocra, orribili ma le piacciono”. Discuto con lei. Mi commuovo per lui. In quelle quattro ore, sento il calore della loro pelle. Sento l’odore di borotalco. È… chimico».
Hai mai la sensazione, mentre sei lì da solo nel buio a scrivere di tende ocra che non esistono, di stare… perdendo il controllo? Di scivolare nella follia?
«Follia? – Scuote la testa con decisione – No. Follia è tornare a casa da Giulia alle undici e mezza, sentire lei che mi parla delle bomboniere o del mutuo, e dovermi sforzare per ricordare il suo nome. Follia è guardare la donna che dovrei amare e non provare assolutamente nulla, se non una specie di… lieve fastidio di sottofondo. Quello che faccio in macchina è l’unica cosa sanitaria della mia vita. È dissociazione, lo so. Sono un medico, conosco i termini. Ma è una dissociazione lucida. Io so che non esistono. Ma so anche che sono l’unica cosa che mi tiene in vita».
Hai comprato dei regali per loro.
«Un sonaglio di legno. E un bracciale sottile, d’argento. Li ho tenuti in macchina per mesi. Li accarezzavo mentre immaginavo di darglieli. Poi… be’, li ho dovuti buttare in un cestino dell’autogrill prima di tornare da Giulia. Mi ha fatto male. Un male fisico, al petto. Più male di quando ho dimenticato il nostro anniversario reale».
Ti sposi tra quattro mesi. Cosa succederà? Porterai Clara e Leo all’altare con te, nella tua testa?
Guarda l’orologio. Sono le 18:05. «Non lo so. A volte spero che Giulia mi scopra. Che trovi i quaderni. Che mi lasci. Così sarei la vittima, o il mostro, ma almeno sarei libero. Altre volte… penso che continuerò così per sempre. Una vita di giorno, e una vita vera il martedì sera. Ora devo andare. Scusami».
Devi andare in “clinica”?
«No. Devo andare a prendere Leo all’asilo. Oggi è stata una giornata difficile per lui».
Dario si alza, lascia una banconota sul tavolo e si sistema la giacca con un gesto metodico. Esce dal bar e cammina verso la sua auto parcheggiata poco distante. Non si guarda indietro. Mentre lo osservo salire e chiudere la portiera, realizzo che non sta andando a nascondersi. Per lui, sta andando nell’unico posto al mondo dove non deve più recitare.









