Una matita temperata, il rumore delle onde o quello cadenzato di un vagone ferroviario e un fascicolo di carta leggera piegato a metà. Da oltre 90 anni la Settimana Enigmistica accompagna il tempo lento degli italiani, custodendo dietro i suoi quadretti bianchi e neri un segreto editoriale d’altri tempi.
Il rito che si ripete identico da generazioni dal 23 gennaio 1932
Basta guardarsi intorno in una sala d’attesa medica, dal barbiere di quartiere, sotto l’ombrellone in agosto o sul sedile di un treno regionale per ritrovare sempre lo stesso gesto. Chi risolve un cruciverba piega il fascicolo lungo la spillatura centrale per dare rigidità alla carta sottile, tiene la penna sospesa a mezz’aria e aggrotta la fronte davanti a una definizione di due lettere. È una liturgia domestica che attraversa le epoche senza subire l’usura delle mode tecnologiche, tramandata dai nonni ai nipoti come un passatempo capace di mettere in pausa la frenesia esterna.
Questa abitudine collettiva ha una data di nascita precisa: il 23 gennaio 1932, giorno in cui l’ingegnere sardo Giorgio Sisini portò per la prima volta in edicola il periodico. Da quel sabato d’inverno – il 23 gennaio 1932 era davvero un sabato — il carattere tipografico e il ritmo delle pagine sono rimasti sostanzialmente fedeli a loro stessi, offrendo ai lettori un punto fermo rassicurante in un mondo in continua trasformazione.
Il motivo per cui in oltre 90 anni non ha mai accolto pubblicità
Sfogliando le pagine dalla prima all’ultima, l’occhio abituato al bombardamento visivo moderno fatica persino a notare l’anomalia più grande. In oltre 90 anni di storia editoriale, la rivista non ha mai pubblicato un solo annuncio pubblicitario. Nessun profumo, nessuna automobile, nessun inserto promozionale interrompe la sequenza di rebus, incroci obbligati e quesiti logici. Si tratta di un caso quasi unico tra i periodici italiani ad alta diffusione, reso possibile da un modello economico fondato esclusivamente sulle copie vendute in edicola.
La scelta di rinunciare agli introiti degli inserzionisti non è un vezzo estetico, ma una forma di rispetto rigoroso verso chi acquista il fascicolo per trovare concentrazione e silenzio visivo. Ogni spazio della pagina appartiene al gioco e all’ingegno del lettore. Proprio lo stesso tipo di rito fatto di carta, pagine da sfogliare e attesa settimanale, lo avevamo già raccontato a proposito del catalogo Postalmarket, un altro oggetto editoriale capace di scandire i desideri e il tempo libero nelle case italiane dei decenni passati.
La sede senza insegne a Milano e i collaboratori nati tra i lettori
Chi prova a cercare il cuore operativo del settimanale si imbatte in una riservatezza che sembra appartenere a un’altra epoca. La redazione si trova a Milano, in un palazzo signorile privo di targhe appariscenti sulla facciata, dove il citofono non riporta alcun nome riconducibile alla testata. Nel corso dei decenni la direzione non ha mai concesso un’intervista ufficiale ai giornali, né ha mai divulgato i dati relativi a tirature, copie vendute o fatturato annuo.
Attorno alla creazione dei giochi circola spesso la falsa credenza che i cruciverba vengano ormai elaborati da programmi informatici o da un ristretto gruppo chiuso. La realtà è ben più affascinante e artigianale, regolata da consuetudini precise che spiegano perché i nomi degli autori principali restino avvolti nella discrezione:
- Gli schemi raramente portano una firma in evidenza, e la redazione non ha mai spiegato pubblicamente il motivo di questa scelta, mantenuta invariata per oltre 90 anni.
- Molti dei collaboratori storici hanno iniziato come semplici lettori appassionati, disegnando griglie a mano su fogli quadrettati e spedendole alla redazione milanese tramite busta affrancata.
- Ogni proposta ricevuta per posta viene letta e selezionata dalla redazione interna, secondo un processo che la rivista non ha mai reso pubblico nei dettagli.
- Anche il rapporto economico con i collaboratori resta riservato: né i compensi né i criteri di selezione sono mai stati rendicontati pubblicamente dalla rivista.
La resistenza in edicola durante i bombardamenti tra il 1943 e il 1945
Il legame di fiducia con il pubblico si misura soprattutto nei momenti in cui tutto intorno sembra crollare. Nemmeno le devastazioni e i bombardamenti della Seconda guerra mondiale riuscirono a interrompere la pubblicazione del fascicolo. Mentre le ferrovie venivano interrotte, la carta scarseggiava e le tipografie subivano danni gravissimi, il lavoro redazionale proseguì senza sosta per garantire ai cittadini un angolo di normalità.
L’archivio storico registra un primato di continuità straordinario: durante l’intero conflitto nessun numero venne mai annullato. Soltanto due numeri subirono un lieve ritardo a causa degli eventi bellici: quello previsto per l’agosto 1943 arrivò in edicola a settembre, travolto dai bombardamenti che colpirono la redazione, e quello previsto per l’aprile 1945 arrivò solo a luglio — senza lasciare però alcun buco nella numerazione progressiva che prosegue ancora oggi.
Il dettaglio dimenticato sulla copertina dei primi numeri del 1932
Osservando la prima pagina odierna, chiunque riconosce subito la consueta fotografia in bianco e nero affiancata dallo schema principale, dedicata a un volto noto dello spettacolo, della cultura o dello sport. Eppure, nei primissimi numeri usciti nel 1932, il meccanismo visivo era completamente diverso e richiedeva un virtuosismo grafico oggi quasi dimenticato.
All’esordio della rivista non venivano utilizzate fotografie sulla copertina. Erano gli stessi quadretti neri del cruciverba, disposti e sagomati con millimetrica pazienza all’interno della griglia, a comporre il ritratto ombreggiato di una celebrità. Sul numero 1 del 23 gennaio 1932 le caselle scure disegnavano il volto dell’attrice messicana di Hollywood Lupe Vélez, regalando ai lettori un doppio stupore: una sfida linguistica da risolvere con la matita e un piccolo capolavoro di grafica artigianale da ammirare a distanza.









