Il franchise system hollywoodiano ha abituato il pubblico a regole d’ingaggio apparentemente immutabili: decenni di lente genesi, didascalici percorsi di formazione e traumatiche scoperte dei poteri prima di poter vedere l’eroe in azione. Eppure, James Gunn e Peter Safran hanno deciso di smantellare questa rassicurante architettura narrativa senza alcun preavviso. Supergirl, la pellicola diretta da Craig Gillespie, atterra sui maxischermi globali saltando a piè pari l’origin story di Kara Zor-El. È una scelta spiazzante, quasi un affronto per lo spettatore medio abituato a essere guidato per mano fin dal primo minuto, ma rappresenta un’operazione chirurgica e un rischio calcolato che ridefinisce il concetto stesso di cinecomic nell’era post-saturazione.

Il DCU riparte da una ferita, non da un mantello
Dopo aver ripristinato l’ottimismo sistemico con Superman nel 2025, il DCU doveva necessariamente mostrare il suo lato più vulnerabile e oscuro. Dove Clark Kent rappresenta l’apice di un’integrazione pacifica, Kara è a tutti gli effetti un asset sradicato, una sopravvissuta a un collasso geopolitico di proporzioni cosmiche (la fine di Krypton) che porta addosso le cicatrici di un sistema fallito. Gunn non ha tempo da perdere nello spiegarci come abbia imparato a volare; la sceneggiatura assume che il pubblico, ormai alfabetizzato a decenni di mitologia, sia pronto per un’immersione diretta nel trauma. È un approccio strutturale che ricorda la brutalità emotiva di Guardiani della Galassia Vol. 3, l’ultimo film Marvel diretto da Gunn prima del passaggio a DC, dove le ferite dei protagonisti erano il vero motore dell’azione, ben più di qualsiasi minaccia esterna.
Milly Alcock e il paradosso dell’antieroina luminosa
Dimenticate la ragazza scout solare della serie tv con Melissa Benoist o l’incerta apparizione in The Flash. Milly Alcock porta in scena una Kara stratificata, viscerale e criptica. L’operazione di Gillespie prende a piene mani dall’eccellente graphic novel Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King, traducendo l’inchiostro in un linguaggio cinematografico che non fa sconti. La Alcock gestisce il peso di un personaggio che è, a tutti gli effetti, un’arma di distruzione di massa in cerca di uno scopo. La sua performance decodifica perfettamente la rabbia di chi ricorda la propria casa distrutta, a differenza del cugino Clark, offrendo una fisicità nervosa e una prossemica che comunicano costante allerta, quasi operasse sotto protocolli di sicurezza perennemente violati.
Lobo, il western cosmico e l’estetica che nessuno si aspettava
Ciò che sorprende maggiormente di Supergirl è l’infrastruttura visiva. L’opera si stacca dalle asettiche metropoli di vetro e acciaio per lanciare lo spettatore in una frontiera senza legge. È un western cosmico sporco e tangibile, dove l’introduzione di Lobo (un Jason Momoa monumentale) funge da perfetto contraltare comico-brutale. Lobo agisce sulla scacchiera galattica come un contractor mercenario, un attore non statale privo di moralità che fa risaltare ancora di più l’etica compromessa di Kara. Gillespie adotta una regia che privilegia l’hardware sul software: gli effetti pratici per le razze aliene e l’uso ridotto di CGI in favore di protesi e set reali ricordano la concretezza meccanica di certe macchine industriali del passato. È un cinema che si fa toccare, che respira la polvere delle stelle anziché i pixel dei server.
Il ponte verso Man of Tomorrow: cosa anticipa il finale
Attenzione: il paragrafo seguente contiene spoiler strutturali sull’epilogo del film.
La sceneggiatura firmata da Ana Nogueira si rivela un meccanismo a orologeria. Il terzo atto non si limita a chiudere l’arco di vendetta e formazione di Kara, ma innesca una serie di vulnerabilità di sistema che si ripercuoteranno sull’intero universo condiviso. Il cameo strategico di David Corenswet nei panni di Clark Kent non è puro fanservice, ma un fondamentale allineamento di protocolli: Superman è la stabilità, Supergirl è la variabile impazzita. Questa dicotomia preparerà palesemente il terreno per Man of Tomorrow, suggerendo che le prossime crisi non arriveranno da minacce aliene generiche, ma da una profonda divergenza filosofica (e tattica) tra i due sopravvissuti di Krypton.
Vale la pena vederlo al cinema?
Senza dubbio. Supergirl è un’opera matura che esige di essere vissuta nel buio della sala, capace di bilanciare umorismo nero, lutto ed epica spaziale. Si distacca nettamente dalla rassicurante routine a cui il genere ci ha abituati, proponendosi come una valida e più ruvida alternativa a Disclosure Day, l’altro grande film sci-fi dell’estate 2026. L’azzardo della gestione Gunn-Safran ha pagato, consegnandoci non solo un tassello fondamentale per il nuovo ecosistema DC, ma un film indipendente, crudo e potentemente imperfetto, proprio come la sua straordinaria protagonista.









