Angela ha 42 anni ed è una sessuologa. La sua voce è calma, ma nasconde la cicatrice di una battaglia combattuta non con i suoi pazienti, ma con la parte più rigida di sé stessa. Parliamo di come ha dovuto distruggere i propri pregiudizi per poter abbracciare veramente il suo lavoro.
Molti vedono la sessuologia come una professione tabù. Cosa l’ha spinta, a 42 anni, a dedicarsi proprio a questo campo?
«Beh, la verità è che non ho scelto io la sessuologia, è lei che ha scelto me. Lavoravo come psicologa clinica, e vedevo sempre, ehm, sempre quella resistenza. Il sesso era l’elefante nella stanza, sempre. E ho capito che per aiutare davvero le persone, dovevo sedermi proprio lì, su quell’argomento scottante. Non è una scelta facile, mai».
Quando ha iniziato, ha riscontrato più difficoltà nel superare i tabù esterni – quelli della società, della famiglia – o quelli interni, i suoi?
«All’inizio, pensi agli altri. Pensi a tua madre, pensi ai colleghi che ti guardano storto. Quello è rumoroso. Ma quello che fa male davvero è, è il silenzio interiore, il conflitto. Avevo trent’anni di educazione cattolica e piccolo borghese incisa sulla mia schiena, sa? Curare una perversione, per esempio, o anche solo un desiderio “diverso”, ti fa sentire… sporca, all’inizio. O meglio, ti fa sentire che loro sono sporchi, e tu devi giudicare».
Lei ha usato la parola “giudicare”. C’è stato un momento specifico, un paziente o una storia, in cui si è resa conto che il suo giudizio morale era l’ostacolo principale tra lei e la sua efficacia terapeutica?
«Sì, il momento è arrivato. È stato un caso che mi ha distrutto e ricostruito. Un uomo, sui cinquant’anni. Veniva per problemi di disfunzione, ma il vero nodo era la sua vita segreta, il suo feticismo. Era… estremo, non comune, e per la mia morale, era “sbagliato”. Lo curavo tecnicamente, ma dentro di me urlavo. Gli dicevo: “Dottore, lei mi guarda e vede un mostro, vero?”. E io non potevo mentire del tutto. Quella notte ho capito che se non riuscivo a vedere lui come un essere umano con un bisogno, ma come un peccatore, allora dovevo cambiare lavoro. O cambiare me stessa».
Qual era la sua paura in quel momento? Cosa temeva che sarebbe successo se avesse accettato completamente quel desiderio “estremo” del suo paziente? Che la linea tra curare e giustificare si sfaldasse?
«Temevo di crollare. Temevo di… di accettare che non esiste il giusto e lo sbagliato nel desiderio, che esiste solo la funzione o la disfunzione. Non è una questione di giustificazione, è una questione di empatia radicale. Temevo che la mia identità, costruita su principi rigidi, si sbriciolasse. E si è sbriciolata, di fatto. Ho dovuto fare pace con l’idea che la sessualità umana è un caos meraviglioso, non un libretto di istruzioni. E che se io, Angela, non ero in grado di affrontare il caos di un altro, era perché temevo il mio caos. E io avevo, ehm, avevo paura della mia stessa rabbia, del mio stesso desiderio represso. Era un effetto specchio, terribile».
Ora, a 42 anni, come si guarda indietro a quella Angela rigida e giudicante? E cosa consiglia a chi sta ancora lottando con i propri fantasmi morali?
«Guardo quell’Angela con tenerezza, ma anche con un po’ di rabbia per il tempo perso. Era una brava ragazza, ma era cieca. Oggi so che il giudizio non è protezione, è prigione. Se sei un professionista, non puoi permetterti il lusso della morale personale in studio. Devi mettere la tua armatura fuori dalla porta. Per chi lotta con i propri fantasmi… dico solo: ascoltali. Non giudicarli. Il giudizio è la censura più efficace, e la censura uccide la vita. E la cura. E, ehm, sì, la cura, assolutamente».
La battaglia di Angela contro il proprio giudice interiore dimostra che la vera empatia professionale nasce solo quando si è disposti a smantellare le proprie certezze più radicate.









