La ricerca della propria identità sessuale è raramente un percorso lineare. Spesso, è un labirinto di aspettative sociali, auto-negazione e tentativi di incasellarsi in etichette che, per quanto utili, non sempre riescono a contenere la complessità del desiderio umano. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Liliana, una donna che ha attraversato proprio questo labirinto, trovando la vera bussola solo dopo aver abbandonato le mappe predefinite.
Liliana ci ha raccontato la sua storia con una lucidità disarmante, partendo dal presupposto che, per anni, ha creduto di doversi conformare a un’unica narrazione: quella eterosessuale. Quando il mondo ti presenta solo due opzioni, è facile scegliere la più visibile, anche se non corrisponde al tuo sentire più profondo. È qui che inizia il suo racconto, un percorso che molti lettori e lettrici della comunità LGBTQIA+ riconosceranno come familiare.
L’illusione dell’eterosessualità
Abbiamo chiesto a Liliana come fossero le sue relazioni con gli uomini. Ci ha risposto che erano, per usare le sue parole, “corrette ma vuote”. Non c’era un rifiuto, non c’era odio, ma mancava quella scintilla, quella connessione viscerale che vedeva nei film o nelle coppie che amava. Per noi della Redazione, questo è un punto cruciale: l’assenza di attrazione non è sempre percepita come un segnale di allarme, ma a volte come una semplice noia coniugale o la necessità di “accontentarsi”.
Liliana ha tentato di forzare l’attrazione, credendo che l’amore fosse una scelta razionale più che un impulso fisico ed emotivo. Si fidanzava, provava a costruire un futuro, ma ogni volta il senso di estraneità cresceva. Il corpo non rispondeva, l’intimità era un compito da svolgere. Questo periodo, ci ha confessato, è stato il più faticoso, perché significava mentire non solo agli altri, ma soprattutto a se stessa riguardo a ciò che veramente desiderava.
La fase “bisessuale”: un ponte mancato
Quando Liliana ha iniziato a esplorare l’attrazione verso le donne, il sollievo è stato immediato. Finalmente, c’era la scintilla. Tuttavia, il passo successivo è stato naturale, ma incompleto: etichettarsi come bisessuale. Questo, a nostro avviso, è un meccanismo di difesa molto comune per chi sta uscendo dalla rigida eteronormatività.
Essere bisessuale sembrava un compromesso sicuro. Permetteva di conservare l’idea di poter piacere ancora agli uomini (e quindi di essere socialmente accettata) pur riconoscendo i sentimenti per le donne. Liliana sentiva che la bisessualità era un’etichetta temporanea, un ponte che le permetteva di non fare il salto completo verso l’accettazione del suo essere lesbica. Le relazioni con le donne in questo periodo erano molto più appaganti, ma continuava a sentire il dovere di mantenere viva l’opzione maschile, come una sorta di paracadute sociale. Era un modo per dire: “Sono aperta a tutte le possibilità”, quando in realtà, il suo cuore aveva già scelto la sua direzione definitiva.
Il momento della verità: la prima esperienza lesbo
Il vero punto di svolta, quello che ha spazzato via ogni dubbio, è arrivato con quella che lei definisce la sua «prima vera esperienza lesbica». Non si trattava solo di sesso, ma di una connessione emotiva e fisica che non aveva mai sperimentato prima. Ci ha spiegato che, in quel momento, ha capito che non era una questione di preferenza, ma di esclusività.
«Non ero bisessuale – ci ha detto Liliana – ero semplicemente in transizione. Quell’incontro mi ha dato la chiarezza che stavo cercando. L’attrazione per gli uomini non era mai stata reale, era stata performativa. Con lei, ho provato pace, desiderio e, soprattutto, autenticità. Mi sono sentita finalmente a casa nel mio corpo e nella mia sessualità».
Da quel momento, il rifiuto di etichettarsi come bisessuale è stato un atto di auto-affermazione. Liliana ha riconosciuto che la bisessualità è una validissima identità per moltissime persone, ma non era la sua. La sua verità era che la sua attrazione era univoca e direzionata solo verso il mondo femminile. Questa presa di coscienza ha portato non solo a un coming out più definito, ma a una serenità interiore che non sapeva di meritare.
Vivere l’amore lesbico con autenticità
Oggi, Liliana vive la sua identità lesbica con orgoglio e senza compromessi. Ci ha raccontato quanto sia liberatorio non dover più giustificare i propri sentimenti o tentare di piacere a persone che non la attraggono. Il suo percorso è un potente promemoria che l’identità non è statica e che le etichette servono a noi, non viceversa.
Abbiamo riflettuto insieme sul fatto che la chiarezza sull’orientamento sessuale arriva spesso attraverso l’esperienza diretta. Nessun libro, nessun consiglio esterno può sostituire il sentire del proprio corpo e la risonanza emotiva con un altro individuo. La sua storia ci insegna l’importanza di ascoltare quella vocina interiore che, per anni, Liliana aveva messo a tacere per paura del giudizio o della diversità.
Il percorso di Liliana è un esempio lampante di come la pressione eteronormativa possa ritardare, ma non impedire, la scoperta della vera identità. Riconoscere che le etichette come ‘bisessuale’ possono essere tappe intermedie per la piena accettazione della propria omosessualità non sminuisce la validità di nessuna di queste identità, ma sottolinea l’importanza dell’autenticità. Siamo convinti che la sua testimonianza sarà di grande aiuto per chiunque si trovi ancora nel limbo della confusione, cercando di capire se ciò che prova è attrazione reale o semplicemente l’eco di aspettative altrui.
Nota di Redazione: Per ragioni di privacy, la foto dell’articolo è un’immagine simbolica e non rappresenta la persona intervistata.









