C’è stato un momento, durante la pandemia, in cui l’apparizione di un virologo o di un infettivologo in televisione era un atto necessario, quasi salvifico. Erano le voci della scienza, i depositari della verità in un mondo spaventato.
Tre anni dopo, quel periodo di venerazione è svanito. Al suo posto? Un misto di fastidio e profonda indignazione. Quella che era un’emergenza informativa si è trasformata in una vera e propria invasione di campo. Una colonizzazione dei palinsesti che ha visto questi professionisti mutare da luminari a vere e proprie “virostar”.
La deriva è lampante, quasi grottesca: siamo passati dai bollettini quotidiani sul tasso di contagio, recitati con austera gravità, ai consigli su come fare un bidet nel modo igienicamente più corretto, dispensati con l’aria di chi sta rivelando i segreti dell’universo. Non è più divulgazione scientifica; è narcisismo mediatico. Un fenomeno che solleva interrogativi pesanti sull’integrità professionale, sui soldi e, non da ultimo, sul tempo effettivo che questi individui dedicano al loro lavoro reale in corsia.
L’onnipresenza e la banalizzazione della scienza
La televisione divora tutto, si sa. Ma la rapidità con cui alcuni medici hanno trasformato la propria visibilità in una carriera da “opinionisti permanenti” è stata sorprendente. L’esperto di virus è diventato l’esperto di tutto: politica, costume, economia, persino calcio.
Se all’inizio era fondamentale sentirli, oggi la loro presenza ha saturato lo spazio pubblico. Si è creata una folla di volti noti la cui autorevolezza non deriva più dalla ricerca, ma dalla frequenza con cui appaiono sul piccolo schermo. Diciamocelo chiaramente: se sei ospite in cinque programmi diversi ogni settimana, il tempo per aggiornarsi o dirigere strutture sanitarie complesse deve per forza ridursi a una frazione irrisoria. La scienza diventa spettacolo, i dibattiti diventano slogan urlati, e il pubblico inizia ad ascoltarli con la stessa disattenzione riservata alla cronaca rosa.
Virostar e conflitto di interessi: la farmaceutica chiama…
Il cuore pulsante dell’indignazione, tuttavia, risiede altrove. In un nodo scomodo che molti preferiscono ignorare: il conflitto di interessi. Non è un segreto, né complottismo: alcuni di questi personaggi hanno ammesso apertamente di avere contratti di consulenza con diverse case farmaceutiche.
Lavorare come consulente è legittimo, certo. Ma quando questa attività si accompagna a un’ossessiva promozione mediatica di determinati trattamenti (magari proprio quelli prodotti dalle aziende che li stipendiano), la linea etica non è solo sfocata: è stata deliberatamente cancellata. Il dubbio diventa assordante: la difesa strenua di un vaccino specifico o di una terapia è dettata dall’interesse scientifico o dal conto in banca?
Non è pensabile che un medico, che si presume dedichi la sua vita al bene collettivo, possa apparire come un venditore ambulante di prodotti farmaceutici, usando l’autorità del camice per incrementare le vendite. Per non parlare del filone editoriale: libri pubblicati in serie che trasformano la sofferenza collettiva in diritti d’autore.
Il camice che si fa influencer (e il caso del bidet)
Quando il fenomeno delle virostar supera il confine tra TV e social, si tocca il fondo. L’autorità medica, costruita su anni di studio, viene usata per creare contenuti da influencer di terza categoria.
L’esempio del “tutorial sul bidet” è emblematico. Passare dalla disquisizione sulla carica virale alla dimostrazione di come lavarsi le parti intime rappresenta la totale abdicazione della serietà professionale in favore della viralità facile. Il messaggio subliminale è chiaro: «Sono una celebrità, la mia parola è legge, non importa quanto sia banale l’argomento».
È come se Albert Einstein avesse iniziato a postare su TikTok consigli su come stirare meglio una camicia. Lo scandalo non sta nell’argomento, ma nell’utilizzo del prestigio accademico per fini palesemente autoreferenziali. La fame di visibilità distrugge ogni residuo di dignità.
La domanda scomoda: ma quando lavorano?
E veniamo alla domanda fondamentale, quella che ogni cittadino ha diritto di porre ai direttori generali e al Ministro della Salute: ma dove trovano il tempo per lavorare?
Se un primario o un direttore di un prestigioso istituto passa la giornata tra trucco, camerini, collegamenti Zoom e voli per gli studi TV, chi sta gestendo il reparto? Chi segue i pazienti? La sanità pubblica è al collasso, i carichi di lavoro sono massacranti. Eppure, le nostre virostar hanno un’agenda mediatica degna di una rockstar in tour.
La verità è scomoda: o si è in TV, o si è in ospedale. Non si può essere ovunque. È ora che le istituzioni si chiedano quanto questa assenza dei vertici, attratti dalle sirene del guadagno facile, stia in qualche modo danneggiando le strutture che dovrebbero dirigere.









