Sofia, 28 anni, ha costruito un impero di street food vegano partendo da un veicolo arrugginito. Oggi è un’icona, ma il suo successo nasconde un segreto finanziario e un periodo di terrore che non ha mai rivelato a nessuno. Siamo andati a fondo nella storia dietro il bancone lucido del suo furgone.
L’idea di “Vegan Wheels” è nata da un sogno o dalla necessità? E soprattutto, mi parli del furgone originale: com’era, davvero, prima della magia?
«Oh, non c’era nessuna magia, te lo assicuro. C’era solo ruggine, ehm, e l’odore di gasolio vecchio di quarant’anni. Era un Ford Transit del ’92, lo comprai per duemila euro da un tizio a Pomezia che voleva solo toglierselo di torno. Il sogno? Beh, il sogno era non dover più lavorare per qualcun altro. Era la necessità, ma travestita da un desiderio folle. Lo chiamavamo “il carro funebre”, perché era nero e sembrava pronto a collassare in ogni momento».
La trasformazione fisica del mezzo deve essere stata estenuante. Chi l’ha aiutata? O è stata un’impresa solitaria?
«Solitaria. Completamente solitaria. O quasi. Mio padre mi ha aiutato con la parte elettrica, ma il resto, beh, l’ho fatto io. Le notti passate a carteggiare, a pulire il grasso incrostato. A volte piangevo, lì dentro. Sembra sciocco, ma piangevo di frustrazione perché non riuscivo ad avvitare un bullone o perché il saldatore non funzionava. E la gente passava, mi guardava, scuoteva la testa. Dicevano: “Ma cosa sta facendo questa ragazza con quel rottame?”».
La parte più difficile è spesso quella invisibile. Prima che “Vegan Wheels” diventasse il fenomeno che è oggi, c’è stato un momento in cui ha pensato di fallire o ha dovuto prendere una decisione finanziaria quasi insostenibile?
«Sì, il punto di rottura. Sai, ho venduto quasi tutto quello che avevo. L’assicurazione l’ho pagata con i soldi che avevo messo da parte per il master, che ho mollato. Ma il vero colpo… il vero colpo è stato il frigorifero industriale. Costava uno sproposito. Non avevo i soldi, e la banca mi aveva detto no. Così, ho fatto una cosa, ehm, una cosa stupida. Ho chiesto un prestito a degli strozzini, dei ragazzi che conoscevo vagamente e che mi hanno prestato diecimila euro in contanti, al dieci per cento di interesse mensile. Dieci per cento. Ero disperata. Pensavo: “Se non vendo in un mese, sono rovinata, rovinata per sempre”. Questo non l’ho mai detto a nessuno. Ecco il mio segreto: non è nata dal desiderio, è nata dal terrore di non poter pagare quegli uomini».
E poi, il giorno dell’inaugurazione. Aveva paura che la sua scommessa — cibo vegano di strada — non venisse capita, in una città così legata alla tradizione?
«Terrore. Ero paralizzata. Ma quando la gente ha iniziato a fare la fila, e ho dovuto mandare via i primi clienti perché avevamo finito tutto dopo due ore… lì ho capito. Non era solo cibo, era l’idea che la gente amava. La mia storia era nel furgone, e loro la vedevano. È stato un sollievo, ehm, un sollievo così grande che mi sono sentita male».
Oggi, guardando quel furgone luccicante che serve centinaia di persone, le manca la Sofia che carteggiava da sola in quell’officina buia?
«No, non mi manca. Quella Sofia era troppo spaventata. Ma ringrazio quella Sofia, perché mi ha insegnato che quando hai le spalle al muro e devi pagare… certi debiti, beh, trovi una forza che non sapevi di avere. Ho imparato che il successo non è arrivare, è, ehm, è sopravvivere a tutti i tentativi di farti smettere. Anche a quelli autoimposti».









