Giovanni, 78 anni, ci riceve nella sua casa silenziosa, piena di oggetti in legno che, dice, non ha mai realizzato. La sua storia è un monumento al paradosso: una vita intera costruita sulla protezione di una moglie, e su una menzogna così solida da diventare più vera della verità stessa. Oggi, la maschera è caduta.
L’odore del legno e il riposo di un artigiano: come si sente adesso in pensione, Giovanni?
«Adesso? Ehm… adesso mi sento un po’ un impostore, onestamente. La pensione è arrivata, Maria è felice che io abbia finalmente tempo per lei, per l’orto, per quelle cose tranquille. Ma guardo queste mani, guardo gli attrezzi che ho comprato e tenuto qui, e penso: cinquant’anni. Cinquant’anni a recitare».
La recita è iniziata il giorno in cui ha sposato Maria. Perché la scelta di fingersi un artigiano, un lavoro onesto e semplice?
«Perché Maria veniva da una famiglia… molto per bene, molto tradizionale. Io, al tempo, ero giovane e sbandato, facevo cose che, ecco, non si potevano raccontare a tavola. L’artigianato sembrava la copertura perfetta: discreto, pulito, un po’ polveroso magari, ma dignitoso. Le ho detto che facevo piccole riparazioni, lavoravo il metallo per le cornici, cose così. Era… era un modo per darle la sicurezza che non potevo darle con il mio vero io».
Per cinquant’anni lei ha mantenuto questa facciata. Come si fa a costruire una quotidianità, a mentire sui propri orari, sulle telefonate, sull’odore che si porta addosso a fine giornata?
«È un inferno, guardi. Un inferno fatto di dettagli. Dovevo alzarmi presto per simulare ‘l’apertura della bottega’ in un garage che affittavo fuori città. Dovevo sporcarmi di grasso e di fumo, ma di un tipo di fumo che fosse compatibile con l’acciaio, non quello che in realtà mi portavo dentro. E le notti, le notti erano il peggio. Tornavo a casa alle tre, alle quattro, dopo aver fatto i turni… e se lei mi chiedeva: ‘Duro il lavoro sulle cornici, amore’, io dovevo sorridere e dire: ‘Sì, molto duro’. Ma non erano cornici. Erano vite. Erano debiti. E la paura che lei un giorno mi seguisse, che trovasse il conto in banca, o peggio, che vedesse i lividi che non riuscivo a nascondere sotto il camice, quella paura non mi ha lasciato un giorno».
Lei ha usato la parola ‘debito’. Artigiano e poi, in realtà, cosa faceva Giovanni? Qual era il suo vero impiego notturno?
«Ehm… ero un esattore. Anzi, un recuperatore crediti, ma di quelli, sa, che non usano le vie legali. Lavoravo per un uomo a Napoli che aveva bisogno di gente che sapesse convincere. Non usavo armi, ma… la mia presenza bastava. Ero il lato oscuro delle cose, il dettaglio che non vuole vedere nessuno, quello che risolve i problemi che nessun altro può risolvere».
Maria non ha mai avuto sospetti, dopo cinquant’anni di matrimonio? Non ha mai notato l’assenza di clienti, la mancanza di vere botteghe artigiane, i soldi che arrivavano in contanti?
«Ehm… Forse. Forse ha scelto di non vedere. Maria è una donna molto intelligente, ma credo che l’idea di avere un marito artigiano, un uomo semplice che le portava il pane a casa in modo onesto, fosse troppo preziosa per essere infranta. Le ho sempre detto che lavoravo per grandi antiquari, che i pagamenti erano riservati, che il mio lavoro era su commissione. Una volta ha trovato un fascicolo con un nome, un indirizzo, una foto. Le dissi che era un cliente che doveva far riparare un grande orologio antico, e che i documenti erano la garanzia. Lei annuì. Non fece altre domande. Capii che lei aveva scelto la sua verità».
E adesso, dopo la pensione, l’esattore ha smesso per sempre? O il recuperatore di crediti resta un demone difficile da mettere a dormire?
«Ho smesso. È finita. Quella vita è finita quando sono arrivati gli ottant’anni, quando le ginocchia hanno cominciato a far male. Adesso sono qui, Giovanni il pensionato, Giovanni che fa l’orto. Ma il demone resta, sì. È il rumore dei silenzi. Quando Maria dorme, a volte, io mi sveglio e mi chiedo se lei saprebbe amarmi, Giovanni, l’uomo vero, l’uomo che per cinquant’anni ha bussato alle porte sbagliate. Non ho ancora trovato il coraggio di chiederglielo. E forse, non lo farò mai».
A volte, la bugia che protegge è l’atto d’amore più grande, anche se ti distrugge silenziosamente.









