Siamo entrati nel bunker dorato di una delle star di OnlyFans più gettonate e allo stesso tempo misteriose d’Italia. Tra set virtuali, codici ATECO e confessioni senza filtro, la “Ragazza del Quartiere Trieste” ci spiega perché il suo lavoro non è solo business, ma puro divertimento.
L’ascensore è di quelli vecchi, una gabbia di ferro battuto e legno che sale lenta, accompagnata dall’odore di cera per pavimenti e arrosto bruciato che filtra dalle porte dei vicini. Siamo nel cuore del quartiere Trieste a Roma, quella fetta di città che profuma di pini marittimi e “vecchi soldi”, dove i palazzi sembrano torte nuziali di pietra e il silenzio è una regola condominiale ferrea.
Quando “Elettra” (nome di fantasia) mi apre la porta, l’immagine cozza violentemente con quella della femme fatale che 300.000 follower vedono su Instagram. È scalza, indossa pantaloni di seta morbidi e una camicia da uomo oversize a righe blu, sbottonata quel tanto che basta per lasciar intuire che sotto non c’è nulla (a parte un seno prorompente). I capelli sono legati in uno chignon disordinato tenuto su da una matita. Nessuno direbbe che questa ragazza, che sembra una studentessa fuori corso della Luiss appena svegliata, sia in realtà l’amministratrice delegata di un impero digitale unipersonale, costruito a suon di abbonamenti sulla piattaforma più chiacchierata del momento: OnlyFans.
L’appartamento è vasto, soffitti alti quattro metri con stucchi d’epoca. La luce del pomeriggio entra dalle grandi finestre che danno su Corso Trieste. Ma è quando Elettra mi fa cenno di seguirla lungo il corridoio, con un sorriso sornione, che capisco la vera natura di questo luogo.

«Benvenuto nella fabbrica dei sogni», dice, aprendo una porta a doppia mandata. Non è una camera da letto. È uno studio televisivo. Una parete è interamente foderata di un verde elettrico, illuminata da faretti professionali a led montati su stativi che poggiano sul parquet antico. «Chroma-key», spiega lei, passandosi la lingua sulle labbra mentre accarezza il telo verde. «I clienti pensano che io sia in una spa di lusso o in un dungeon sotterraneo. Invece sono qui. È cinema. Ed è eccitante da morire».
Sulla scrivania, tre monitor curvi ronzano sommessamente, collegati a un tower PC con luci led viola. «Faccio tutto io. Giro in 4K, monto su Premiere, faccio il color grading prima di caricare tutto sul mio profilo OnlyFans. Non voglio tecnici tra i piedi. Primo per la privacy, secondo perché… beh, mi piace riguardarmi. Sono vanitosa, lo ammetto. Quando monto un video in cui so di essere venuta bene, provo un piacere quasi fisico».
Torniamo in salotto. Sul tavolo di vetro, accanto a una cartellina con delle fatture elettroniche, c’è una tazza di tè matcha ormai fredda. «La gente pensa che siano soldi in nero sotto il materasso», ride, e la risata è roca, contagiosa. «Io ho una SRLS, caro mio. Codice ATECO 73.11. Pago le tasse, verso l’IVA. Il mio commercialista impazzisce per categorizzare i corpetti di pizzo come “materiale scenico”. Ma sai qual è la verità? Che lo farei anche per la metà dei soldi».
Si accende una sigaretta elettronica, mi fissa dritto negli occhi e accavalla le gambe lentamente, consapevole dell’effetto che fa (anche sulle donne).

Questa è un’affermazione forte. Solitamente si dice che lo si fa per necessità o per arricchirsi in fretta. Tu dici che ti diverti?
«Siamo onesti, dai. Non scriviamo la solita storiella strappalacrime. Io sono una donna lussuriosa. Mi piace il sesso, mi piace il gioco, mi piace essere guardata. Quando vedo la lucina rossa della webcam che si accende, sento una scarica di adrenalina che non hai idea. A volte mi bagno. Sapere che dall’altra parte dello schermo c’è un uomo che pende dalle mie labbra, che trattiene il respiro se solo mi tocco una spallina… è potere puro. Mi sento una vampira energetica. Non è solo recitazione. Certo, c’è il copione, c’è la tecnica, ma il brivido è vero. Se fossi una che lo fa col disgusto, si vedrebbe. I clienti lo sentono che mi sto divertendo con loro. È per questo che tornano».
Quindi non c’è distacco? Eppure prima mi parlavi di “cecità selettiva” per non farti riconoscere in quartiere…
«Sono due cose diverse. La mia privacy è sacra, il mio piacere anche. Quando esco a fare la spesa a Viale Eritrea, struccata e con gli occhiali, sono trasparente. Nessuno mi riconosce ed è perfetto così. Ma quando sono “Elettra”, sono un animale da palcoscenico. C’è un calciatore di Serie A, un mio cliente fisso, scaramantico da morire. Mi chiama dai ritiri e vuole solo che indossi la maglia della sua squadra (taglia XS, me l’ha spedita lui) e gli dica che è un Dio. Quando lo faccio, e vedo la sua faccia che cambia, che si illumina… godo. Godo perché in quel momento io conto più del suo allenatore».
A proposito di richieste… qual è quella che ti diverte di più esaudire?
«Il “Vigile Urbano”! – Scoppiando a ridere e buttando la testa all’indietro – Ho questo cliente, un professionista serissimo, che una volta al mese si chiude nella sua auto in garage. Io mi metto un cappello da vigilessa comprato su Amazon e una paletta giocattolo. Devo fermarlo, fargli la multa, trattarlo male. Lui piagnucola, cerca di corrompermi. E io lì divento cattivissima: “Lei non sa chi sono io! Patente e libretto!”. La prima volta mi mordevo la lingua per non ridere. Adesso? Adesso mi invento codici della strada assurdi, tipo “Divieto di transito per eccesso di bruttezza”. Mi diverto come una pazza. È teatro dell’assurdo, ma con un sottofondo erotico fortissimo. Lui paga la sessione, paga la “multa” finta come mancia, ed è felice. E io pure».
C’è però anche un lato più tranquillo, o sbaglio?
«Sì, la famosa “Cena Virtuale”. Il 60% del tempo mangio sushi in cam con uomini soli. Lì viene fuori il mio lato più… materno? O forse solo empatico. Mangiamo insieme, chiacchieriamo. Ma non credere che sia casto. C’è sempre quella tensione, quel “non detto”. Magari mentre mangio un nigiri lo guardo in un certo modo, e vedo che lui va in tilt. Anche quello è un gioco di potere».
Hai intenzione di smettere prima o poi?
Guarda l’orologio, è quasi ora di andare in onda. Si passa una mano tra i capelli, spettinandoli ad arte.
«Mi sono data altri due anni per completare i miei investimenti immobiliari. Poi formatterò gli hard disk, smonterò il telo verde e sparirò. Sarà la scelta giusta razionalmente, ma ti confesso una cosa: mi mancherà. Mi mancheranno i soldi, certo. Ma soprattutto mi mancherà quella sensazione di essere la regina del mondo stando seduta su questa sedia girevole. Però ora scusa, devo andare. C’è un Monsignore – o presunto tale – che mi aspetta in chat. E non è carino far aspettare il clero, no?».
Nota: L’intervista è stata realizzata garantendo l’anonimato totale dell’intervistata. Alcuni dettagli logistici sono stati alterati per proteggere la sua privacy, ma la vitalità di Elettra è tutta reale.









