C’è un ufficio, da qualche parte nel Nord Italia, che non ha insegne, non ha dipendenti e non riceve clienti. Eppure, da quella scrivania partono ogni giorno migliaia di file che finiscono negli smartphone di lettori sparsi tra Berlino, San Paolo e New York. Al comando c’è Aurora – un nome di battesimo che è l’unico brandello di verità che ha deciso di concederci.
Trent’anni, un maglione oversize e l’aria di chi preferirebbe passare inosservata, Aurora è il caso editoriale più clamoroso di cui non avete mai sentito parlare. È una delle regine del self-publishing erotico mondiale. Mentre l’editoria tradizionale annaspa tra rese e magazzini pieni, lei fattura 300mila euro l’anno vendendo fantasie proibite su Amazon e altre piattaforme globali.
Il punto è che Aurora non esiste. O meglio, esiste la donna, ma il suo “nome d’arte” è un segreto industriale protetto da clausole ferree. «Se scoprissero chi sono, finirebbe la magia», mi dice mentre ordina un caffè macchiato in un bar anonimo, lontano dai radar dei salotti letterari. Il motivo del nostro incontro non è solo il suo successo economico, ma il come questo successo viene generato: una miscela esplosiva di biologia, isolamento e una sfida aperta all’era dei robot.

Abbiamo passato un’ora a parlare di soldi, piacere e di quella strana solitudine che ti regala il successo quando decidi di restare un’ombra.
Aurora, partiamo dai numeri. 300mila euro l’anno gestendo tutto da sola. Ti senti più una scrittrice o un’imprenditrice d’assalto?
«Diciamo che sono una donna che ha capito come monetizzare la propria immaginazione senza farsi fregare da nessuno. Ho iniziato per una scommessa stupida con un ex che diceva che la letteratura rosa era “robaccia facile”. Oggi con quella robaccia ci ho comprato casa, mentre lui probabilmente sta ancora cercando di capire come pagare l’affitto. Vendo dopamina. È l’unico bene rifugio che non va mai in crisi».
In un’epoca in cui tutti cercano i quindici minuti di celebrità di Warhol, tu ti nascondi. Perché rinunciare alla faccia?
«L’anonimato è il vero lusso oggi. Vedi, se fossi famosa non potrei stare qui a bere questo caffè in santa pace. Mi serve per essere libera. Voglio poter andare a fare la spesa in pigiama senza che nessuno pensi: “Guarda, è quella che ha scritto quella scena a tre nel capitolo dieci”. I miei lettori comprano il mio pseudonimo, non me. Io mi tengo i soldi e la privacy, loro si tengono il sogno. È un patto perfetto».
Parliamo di tecnica. Oggi molti tuoi colleghi usano l’Intelligenza Artificiale per inondare il mercato di titoli. Tu sembri quasi schifata da questa deriva.
«Perché l’AI è plastica. È fredda. Un algoritmo può copiare lo stile di un autore, ma non sa cos’è un brivido vero. Io non scrivo “di testa”, io scrivo con il corpo. Ti dico una cosa che non racconto mai, ma che è la chiave di tutto: io non invento queste storie. Io le subisco».
In che senso “le subisci”? Spiegati meglio.
«Entro in una specie di trance. Mentre scrivo, la mia temperatura corporea sale. Mi batte il cuore a mille, mi manca il fiato. Spesso devo fermarmi perché le dita mi tremano sulla tastiera. Arrivo all’orgasmo scrivendo, letteralmente. È una catarsi fisica. Se non provassi io quel piacere per prima, come potrei trasmetterlo a chi legge? Un software non può godere. Io sì. I miei lettori sentono che dietro quelle righe c’è sangue e calore, non un codice binario».
Questa intensità però avrà un prezzo. Come si riflette sulla tua vita reale, quella fuori dalle pagine?
«È il mio paradosso privato. Passo ore a gestire uomini immaginari incredibili, maschi alpha, passioni devastanti. Ne scrivo così tanto che, quando chiudo il computer, sono svuotata. L’idea di uscire con un uomo in carne ed ossa, con le sue pretese e la sua “performance” da sostenere, mi stanca solo al pensiero. Ho già dato tutto sulla carta».
Quindi la tua vita sentimentale è in pausa?
«Diciamo che ha preso una strada diversa. Mi sento eterosessuale, ma nel privato oggi cerco quasi solo donne. Ho bisogno di una dolcezza che non sia una sfida. Con una donna non devo “combattere”, non c’è quella carica maschile che ho già consumato durante il lavoro. Cerco morbidezza e silenzio. È come se bruciassi la mia quota di desiderio etero scrivendo, e a fine giornata cercassi solo un posto sicuro dove riposare. Il riposo della guerriera, se vuoi chiamarlo così».
C’è chi direbbe che la tua è una fuga dalla realtà.
«La realtà è solo un punto di partenza, il resto dobbiamo mettercelo noi. Ti lascio con questo brivido addosso, sperando che contagi anche te mentre scriverai questo pezzo. Adesso scappo, la mia storia mi sta chiamando e sai bene che a certe chiamate non si può dire di no».









