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    Tutti pazzi per Zalone: cosa c’è dietro i 60 milioni di “Buen Camino” (oltre alle risate)

    Checco Zalone cammina zaino in spalla nel film Buen Camino

    Sessanta milioni di euro. Avete letto bene. Dal 25 dicembre a oggi, in una manciata di giorni, il nuovo film di Checco Zalone ha tirato su una cifra che farebbe impallidire una manovra finanziaria. Praticamente un PIL. Piaccia o no ai cultori del cinema impegnato – che intanto nelle sale vuote ci fanno l’eco – Zalone ha salvato la baracca. Un’altra volta. Ma se i numeri fanno spavento, è quello che c’è dentro la pellicola a meritare un’occhiata più attenta. Perché Buen Camino non è la solita macchietta. C’è qualcosa di strano nell’aria, e non è solo l’odore dei soldi o quello dell’incenso di Santiago.

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    C’è un dettaglio che i distratti si sono persi nei titoli di testa, ma che spiega tutto: la regia. Luca Medici (Zalone, per gli amici) ha posato il megafono ed è tornato a farsi dirigere da Gennaro Nunziante. Sì, proprio lui. L’uomo dietro ai record di Quo Vado? e Sole a Catinelle. Si erano lasciati, artisticamente parlando. Ora sono tornati insieme. E si vede. I tempi comici sono quelli, chirurgici, di chi si capisce con uno sguardo. Una garanzia.

    E poi c’è la trama. Dimenticate il posto fisso. Qui siamo nel lusso più cafone. Checco è il figlio di un re dei divani (Eugenio Zalone, un nome che è tutto un programma), uno che passa le giornate tra piscina, yacht e servitù filippina. Un parassita sociale? Probabilmente. Ma un parassita con stile. Il tocco di genio (o di crudeltà) sta nel nome della figlia: Cristal. Esatto, come lo Champagne. Perché chiamarla Maria o Giulia quando puoi brandizzarla come una bottiglia da trecento euro?. Una scelta che grida “nuovi ricchi” da ogni vocale. La ragazzina, interpretata da una certa Letizia Arnò (segnatevi il nome), sparisce per cercare se stessa sul Cammino di Santiago. E lui, il padre degenere, deve andarsela a riprendere.

    Qui scatta la magia del cinema. O la truffa, fate voi. Vedete la Spagna arida, i sentieri polverosi, la fatica? Beh, occhio. Se aguzzate la vista sui crediti finali, spunta il logo della Sardegna Film Commission. Molte di quelle ville da sogno e pure certi scorci “iberici” sono roba nostra. Girati in terra sarda. Il cinema è finzione, si sa. Ma chissenefrega se funziona.

    Zalone ci mette pure il carico da undici con il cast. Per la parte della ex moglie, Linda, ha pescato nientemeno che Martina Colombari. Scelta curiosa, eh? Eppure perfetta per fare la snob romana che lo spedisce a cercare la figlia. E per non farsi mancare nulla, la fidanzata del momento è una modella venezuelana, Mariana Stephanie Rodriguez Barrios. Tutto molto bello, tutto molto patinato. Finché non finisce nel fango degli ostelli.

    Perché alla fine, ridendo e scherzando, il film parla di fatica vera. Ottocento chilometri. A piedi. Senza yacht. Checco parte convinto di risolvere tutto col portafoglio, ma il Cammino ti spezza le gambe. Letteralmente. Se guardando il film vi è partita la scimmia mistica di mollare l’ufficio e partire per la Galizia, fatevi un favore: non fate i Checco della situazione. L’improvvisazione lasciatela al film. Nella vita vera, senza una mappa finite persi nei Pirenei. Meglio portarsi dietro una guida cartacea seria del Cammino, di quelle che ti dicono dove dormire e dove mangiare, per evitare brutte sorprese.

    Checco Zalone e Letizia Arnò sul set del film Buen Camino
    Checco Zalone e Letizia Arnò sul set del film “Buen Camino”

    E poi c’è il dolore fisico. Zalone nel film cammina, suda, impreca. E zoppica. Chi l’ha fatto (il cammino, dico) sa che il nemico non è il diavolo, ma la vescica sul tallone. Potete avere tutta la fede del mondo, ma se avete le scarpe sbagliate non arrivate manco a Burgos. Un consiglio da amico? Buttate i calzini di spugna del mercato. Investite in un paio di calze tecniche rinforzate. Salvano i piedi. E forse pure l’anima, visto che vi evitano di bestemmiare ogni tre passi.

    Insomma, Buen Camino è la solita commedia italiana? Forse no. Sotto la patina grossolana, c’è un padre che impara a fare il padre. E che per una volta, invece di cercare il posto fisso, cerca un senso. O almeno ci prova.