L’edizione numero ventiquattro del B.A. Film Festival chiude i battenti a Busto Arsizio, lasciando in dote un palmarès che fotografa con nitidezza i mutamenti dell’estetica cinematografica odierna. Tra omaggi ai maestri e un’attenzione viscerale per l’attualità, a emergere è la forza espressiva e dirompente delle nuove autrici.
Oltre la patina dell’evento: la sostanza di una rassegna matura
Spesso le rassegne di provincia rischiano di scivolare in passerelle autoreferenziali, ma la kermesse lombarda sembra aver trovato un baricentro di indubbia solidità. La direzione artistica ha tracciato una linea netta, preferendo la densità tematica alla semplice rincorsa di quello che oggi i più giovani definirebbero l’hype del momento. Non che le figure di spessore siano mancate. La presenza magnetica di Abel Ferrara, insignito del Premio Dino Ceccuzzi all’eccellenza cinematografica, ha catalizzato l’attenzione generale. La presentazione della sua ultima fatica, Turn in the Wound, ha rappresentato uno dei vertici emotivi della settimana, dimostrando come la fusione tra la ruvida poetica del regista, l’aura di Patti Smith e le ferite aperte della guerra ucraina possa generare un impatto visivo straziante. Si respira la sensazione che il festival abbia voluto scardinare l’idea del cinema come puro intrattenimento disimpegnato, trasformando le sale in veri e propri spazi di riflessione civile.
Le nuove grammatiche visive e i territori dell’inconscio
Il vero nucleo pulsante di questa edizione risiede tuttavia nelle sezioni competitive dedicate alle opere prime, dove si è consumata una silenziosa ma radicale inversione di tendenza. Risulta impossibile non notare un dato squisitamente sociologico, quasi un segnale dei tempi. I tre riconoscimenti principali sono andati a registe donne. Una convergenza che sa di presa di coscienza collettiva. Il Premio Chimitex per il miglior esordio internazionale ha incoronato Fantaisie, pellicola della francese Isabel Pagliai. Un’opera complessa che rifugge le rassicurazioni narrative per addentrarsi nei territori scivolosi e indecifrabili della psiche. La macchina da presa esplora l’intimità della protagonista senza alcun intento voyeuristico, restituendo un affresco visivo in cui la dimensione onirica si sovrappone brutalmente a quella materiale, facendo dell’amore una forza primordiale. Sul fronte domestico, il Premio Città di Busto Arsizio ha celebrato Le Bambine, diretto a quattro mani da Valentina e Nicole Bertani. Un titolo audace che gioca sapientemente con l’immaginario della cultura pop giovanile, mescolando le suggestioni dei celebri manga nipponici con l’estetica cruda dei sobborghi, creando un cortocircuito decisamente affascinante.
Generazioni a confronto e il coraggio della critica trasversale
L’architettura stessa dei premi merita un’attenta disamina. Affidare il verdetto a redazioni indipendenti, curatori di podcast e riviste telematiche rappresenta una scelta coraggiosa. Un azzardo calcolato per svecchiare le logiche, a tratti paludate, delle giurie istituzionali. Questo approccio orizzontale e plurale ha finito per premiare sguardi eccentrici e percorsi sperimentali. Ne è un limpido esempio la menzione speciale assegnata a Waking Hours di Federico Cammarata e Filippo Foscarini, un lavoro che dilata i confini del linguaggio documentaristico per abbracciare geografie emotive lontane dalle consuete narrazioni italiane. Allo stesso modo, il riconoscimento attribuito dalla giuria giovane a Macdo di Racornelia Ezell rivela un interesse spiccato per le forme ibride. L’uso del falso video amatoriale smette di essere un mero espediente stilistico per tramutarsi in un bisturi affilato, capace di sezionare le dinamiche manipolatorie all’interno delle relazioni familiari. Un doveroso plauso va anche alle promesse della recitazione, con Yuri Tuci che si aggiudica la targa come miglior attore emergente per la sua prova in Vita da grandi di Greta Scarano, confermando una fisicità scenica già matura.
Il cinema come sismografo delle inquietudini contemporanee
Allargando l’inquadratura sull’intera manifestazione, emerge un interrogativo fondamentale sul ruolo delle immagini in un’epoca dominata dalla saturazione digitale e dalla disattenzione cronica. La rassegna varesina ha ribadito a chiare lettere che la sala buia mantiene intatta la sua funzione primaria di sismografo della realtà. Affrontare tematiche dirompenti, sfiorando i conflitti dimenticati e analizzando senza filtri la complessa macchina della propaganda visiva contemporanea, significa restituire alla settima arte la sua originaria e necessaria gravità. Le autrici e gli autori premiati non si sono limitati a confezionare prodotti esteticamente ineccepibili, ma hanno scelto di interrogare lo spettatore, di disturbarlo, costringendolo a uscire dalla propria zona di comfort emotivo. In un panorama in cui le grandi produzioni mainstream tendono spesso a smussare ogni spigolosità per assecondare algoritmi e convenzioni rassicuranti, la vitalità ruvida di questi esordi appare come una necessaria boccata d’ossigeno. Le narrazioni si frammentano e i formati si contaminano, eppure la vocazione di scandagliare le profondità dell’animo umano resta il motore pulsante di tutto l’ingranaggio culturale.
Per chi cerca stimoli al di fuori dei circuiti più prevedibili, l’invito è quello di appuntarsi accuratamente questi titoli, cercando di intercettarli nelle rassegne d’essai o sulle piattaforme dedicate al cinema d’autore. Dedicare tempo a queste opere prime significa allenare lo sguardo a decodificare le sfumature di un presente sfaccettato, concedendosi il lusso di farsi sorprendere da chi sta riscrivendo, in punta di piedi, le regole della settima arte.









