Un prologo con esilarante incidente sul palco anticipa i titoli di testa di Tutta colpa del rock, che, nelle sale cinematografiche a partire dal 28 Agosto 2025, si sposta poi a otto anni più tardi per farci apprendere che il Bruno che avevamo visto in quella sequenza di apertura come chitarrista dai lunghi capelli è ora un bugiardo, narcisista e padre assente che ha nel frattempo abbandonato la musica.
Il Bruno che, interpretato dal Lillo Petrolo figurante anche tra gli sceneggiatori insieme a Matteo Menduni e Tommaso Renzoni, dopo aver promesso alla figlia Tina alias Elsa Quaranta che la porterà in America ad assistere ad un leggendario “Rock Tour” finisce in carcere a seguito di una lunga serie di scelte sbagliate… trovando però proprio tra le sbarre l’occasione per ottenere i soldi necessari all’esaudimento del desiderio della ragazzina.
Forte anche dell’accettazione di un laboratorio di musica rock come attività da svolgere nel penitenziario, Bruno, infatti, al fine di partecipare al Roma Rock Contest decide di mettere in piedi una band insieme al suo coinquilino di cella Roberto, al cinico e silenzioso Professore, alla batterista in preda spesso a momenti di collera Eva, al gigante dal cuore fragile Osso e all’ex trapper dall’anima da poeta K-Bone, ovvero Maurizio Lastrico, Elio (delle Storie tese), Agnese Claisse, Massimo Cagnina e il musicista Naska (all’anagrafe Diego Caterbetti).
Un cast cui si aggiungono, tra gli altri, Carolina Crescentini nei panni della direttrice della prigione, Massimo De Lorenzo in quelli di un sottosegretario e Valerio Aprea calato nella divisa del sovrintendente Santarosa.
Un cast che, dunque, considerando anche la presenza di Elio e la provenienza di Lillo Petrolo dalla rilettura teatrale del mitico School of rock che vide protagonista sul grande schermo Jack Black, lasciava tranquillamente immaginare che la quasi ora e quaranta di visione in questione avrebbe abbracciato una tipologia di spettacolo frizzante, divertente e, ovviamente, dal ritmo musicale trascinante.
Invece, sebbene venga proposto in qualità di commedia mirata ad essere un sincero omaggio al potere salvifico, travolgente e identitario delle note, Tutta colpa del rock non riesce in alcun modo a coinvolgere e, soprattutto, a divertire.
Già alla direzione di Petrolo ne Gli addestratori, nonché autore del piacevole Banana, dietro alla macchina da presa Andrea Jublin effettua chiaramente l’infelice scelta di ricorrere ad una regia piuttosto statica e che non fa distaccare l’operazione, di conseguenza, dal look di una qualsiasi fiction televisiva.
Del resto, nelle sue dichiarate intenzioni il lungometraggio non doveva ricorrere né al grottesco, né allo slapstick; ma allora perché chiamare a recitarvi nomi che sono noti al pubblico grazie alla loro notevole capacità di regalare risate e che qui, invece, nonostante qualche fugace battuta lasciano lo spettatore impassibile e annoiato?









