Sembrava una scommessa per pochi intenditori, eppure il cuore di Roma ha risposto con un entusiasmo inaspettato al richiamo dell’Oriente. La retrospettiva cinematografica si è chiusa lasciando dietro di sé sale esaurite e la sensazione tangibile di un pubblico affamato di visioni grandiose e curate nei minimi dettagli.
Sorge quasi spontaneo domandarsi cosa cerchi esattamente lo spettatore contemporaneo in un’epoca dominata dalla fruizione frenetica, solitaria e frammentata dei piccoli schermi. La risposta, con molta probabilità, si trova proprio nelle ampie poltrone del The Space Cinema Moderno, trasformato per un intero mese in una finestra aperta sulle architetture oniriche e sui colori saturi tipici del cinema indiano di alta fascia. Dal ventisette febbraio al ventisei marzo, l’Ambasciata Indiana a Roma ha saputo orchestrare un evento che è andato ben oltre la semplice e canonica rassegna. Si è respirata l’atmosfera rara delle grandi occasioni, quelle in cui il rito collettivo della sala buia riacquista finalmente il suo antico magnetismo. Sanjay Leela Bhansali non è percepito dai critici come un semplice regista, bensì come un vero e proprio architetto di emozioni viscerali. La sua firma stilistica, caratterizzata da un massimalismo che sfiora la vertigine estetica, si è rivelata l’antidoto perfetto al grigiore visivo di molte produzioni standardizzate odierne.
La programmazione romana ha saputo tracciare un percorso estremamente coerente all’interno di una filmografia complessa e stratificata. Aprire le danze con Bajirao Mastani ha rappresentato una scelta audace. Il monumentale dramma storico ha subito dettato le regole d’ingaggio tra schermo e platea: si entra nell’universo di Bhansali per lasciarsi travolgere senza opporre resistenza. La trasposizione scenica dell’amore impossibile, intessuta di coreografie magniloquenti e costumi curati in modo maniacale, ha preparato il terreno per le proiezioni successive. L’attesa febbrile ha accompagnato in particolare Goliyon Ki Raasleela Ram-Leela, dove la tragedia shakespeariana per eccellenza muta pelle per farsi esplosione di ritmi ancestrali e passioni squisitamente terrene. Ma è stata la proiezione conclusiva di Devdas a sancire il successo definitivo dell’intera manifestazione. Ritrovare sul grande schermo le interpretazioni iconiche di Shah Rukh Khan e Aishwarya Rai ha ricordato, a chi forse lo aveva colpevolmente dimenticato, la potenza di un divismo capace di bucare lo schermo con l’intensità di un solo sguardo.
Guardando ai numeri di questa iniziativa, promossa con il fondamentale supporto del Ministry of Information and Broadcasting del Governo indiano, emerge un dato sociologico di notevole interesse. Le proiezioni rigorosamente in lingua originale, accompagnate dai necessari sottotitoli in italiano, non hanno minimamente scoraggiato la partecipazione popolare. Al contrario, hanno amplificato l’autenticità e la potenza dell’esperienza sensoriale. Si nota una sottile ironia nell’osservare come, in un mercato globale che tende inesorabilmente all’omologazione linguistica, le persone cerchino rifugio proprio nelle sonorità sconosciute e nei ritmi percepiti come distanti. Questa attenzione ha dimostrato inequivocabilmente che il cinema, quando è confezionato con maestria artigianale e sincero slancio autoriale, possiede la forza di superare qualsiasi barriera idiomatica. L’operazione orchestrata dall’Ambasciata ha così costruito un dialogo profondo e silenzioso tra due nazioni accomunate da una vocazione millenaria per la narrazione visiva.
Diventa palese, analizzando il calore di queste settimane romane, che l’etichetta generica di Bollywood appaia oggi quasi sminuente se applicata a opere di tale rigore formale. I festival internazionali avevano da tempo intercettato questa evoluzione autoriale. Bhansali utilizza lo sfarzo scenografico non come un vuoto esercizio di stile, ma come un veicolo privilegiato per esplorare i moti più reconditi e complessi dell’animo umano. L’eccesso decorativo si trasforma dunque in drammaturgia pura e incalzante. Concedersi il lusso di fermarsi davanti a una bellezza così sfacciata e priva di cinismo moderno è un invito a riscoprire l’arte cinematografica nella sua accezione più ampia. Per chi non avesse ancora avuto modo di esplorare questo affascinante labirinto di storie e colori, l’unico suggerimento sensato è quello di recuperare la filmografia del maestro indiano, ricercando la massima fedeltà cromatica disponibile nei propri dispositivi casalinghi per poterne assaporare ogni sfumatura.









