Home Magazine Entertainment The Smashing Machine: c’era una volta The Rock

    The Smashing Machine: c’era una volta The Rock

    Basato su una storia vera nel periodo compreso tra il 1997 e il 2000, è a partire dal 1994 che si snoda l’arco narrativo di The smashing machine, scritto e diretto dal Benny Safdie che, solitamente affiancato dietro alla macchina da presa dal fratello Josh, firma in solitaria oltre due ore di visione che riportano in un certo senso il protagonista Dwayne Johnson – qui anche produttore – alle origini.
    Perché, affermatosi tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi del XXI secolo come wrestler prima di dedicarsi alla carriera sul grande schermo adottando per lungo tempo lo pseudonimo The Rock, incarna in questo caso la leggenda del ring Mark Kerr, atleta che ha fatto la storia degli sport da combattimento.
    Un campione delle arti marziali miste e UFC di cui seguiamo sia la vita pubblica che quella privata, tra successi e periodi bui, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con l’amico e rivale Mark Coleman e quelli con l’irrequieta e appassionante moglie Dawn, rispettivamente incarnati dal lottatore Ryan Bader, decisamente convincente nella sua prima prova sul set, e una Emily Blunt più sexy del solito.
    D’altra parte, a cominciare da quella sfoggiata da un inedito Johnson in chiave drammatica che, una volta tanto lontano dai ruoli di action man e da commedia per famiglie a cui ci ha abituati, va chiaramente alla ricerca del premio Oscar, è in particolar modo sulle lodevoli prove degli attori che poggia The smashing machine.
    Man mano che Safdie abbonda in riprese eseguite a mano nel probabile tentativo di accentuare il realismo della vicenda raccontata, a suo modo discendente – ma con i dovuti distinguo – dell’acclamato The wrestler di Darren Aronofsky, risalente al 2008.
    È in fin dei conti nell’ambito della tipologia di pellicole a tematica sportiva da ring che, da Lassù qualcuno mi ama di Robert Wise a The warrior – The iron claw di Sean Durkin passando chiaramente per i vari Rocky e Creed, vengono periodicamente proposte ad un pubblico affamato di sentimenti e muscoli che rientra il suo film.
    Ma è bene precisare che, sebbene non manchino match più o meno violenti, non è affatto quei momenti che The smashing machine mira ad esaltare, concentrandosi, come già accennato, sulla figura di un Kerr facilmente propenso ad alternare dolcezza e rabbia incontrollata.
    E il tutto, con inclusa nel mucchio una situazione al luna park dal retrogusto ironico, avanza lentamente sfoggiando in maniera orgogliosa un look da prodotto indipendente lontano da quello sfarzoso e di facile presa da intrattenimento tipico di analoghi blockbuster… conquistando di sicuro lo spettatore avvezzo al genere in questione ma senza offrire nulla di particolarmente nuovo e originale; mentre, tra una Make the world go away di Timi Yuro e una Limelight degli Alan Parson Project, all’interno della ricca colonna sonora la storica My way nella splendida versione di Elvis Presley assume un valore non poco metaforico regalandoci, di conseguenza, uno dei migliori passaggi della non disprezzabile operazione.