Torna sul piccolo schermo una figura femminile che ha saputo scardinare le certezze del poliziesco classico. Dal quattro marzo, la prima serata di Canale 5 accoglie i nuovi capitoli di una narrazione che promette di mescolare l’asprezza dell’indagine criminale alla fragilità dei sentimenti umani, senza mai disperdere la sua consueta eleganza visiva.
L’evoluzione di una vicequestore tra ombre e luce
Il ritorno di Vanina – Un vicequestore a Catania segna un momento di profonda riflessione per la serialità televisiva del nostro Paese. Tratta dalle fortunate opere letterarie di Cristina Cassar Scalia, edite da Giulio Einaudi editore, la storia riprende il suo filo conduttore portando in scena una protagonista perennemente in bilico tra il desiderio di rinascita e le ombre di un trauma incancellabile. Il passaggio dalle pagine scritte allo schermo comporta sempre il rischio di tradire l’immaginario dei lettori, eppure la trasposizione mantiene intatta l’anima ruvida del personaggio letterario. Giusy Buscemi presta nuovamente il volto a questa donna complessa, rifiutando la bidimensionalità del poliziotto infallibile per abbracciare le nevrosi, le insonnie e le paure di chi cerca ostinatamente la normalità. Sorge spontanea una sincera ammirazione per chi riesce a rendere la vulnerabilità un vero e proprio motore narrativo, trasformando il dolore per la tragica perdita del padre in una incessante sete di giustizia.

Catania come specchio dell’anima
Dietro la macchina da presa, la sapiente regia di Davide Marengo e Riccardo Mosca compie un’operazione estetica di assoluto rilievo. La città di Catania non si limita a fare da sfondo pittoresco alle indagini della squadra mobile, ma respira e pulsa come un organismo vivente, dominata dalla presenza costante e quasi metafisica del vulcano Etna, che i locali chiamano affettuosamente “la Muntagna”. L’estetica della narrazione si nutre di una fotografia che alterna le ombre profonde dei palazzi storici alla luce accecante delle coste siciliane, respingendo con forza il folclore posticcio. Le inquadrature restituiscono il calore asfissiante e la bellezza del barocco, creando un contrasto visivo estremamente affascinante con la crudezza dei crimini analizzati. La coproduzione RTI e Palomar investe chiaramente su una cura dell’immagine che eleva il prodotto, allontanandolo dalla piattezza visiva di certe produzioni generaliste del passato per avvicinarlo a un respiro di stampo decisamente cinematografico.
Il dualismo dei sentimenti e il peso del passato
Il cuore nevralgico di questa seconda stagione risiede nell’incessante conflitto emotivo che agita la protagonista. Da un lato troviamo il magistrato Paolo Malfitano, interpretato da Giorgio Marchesi, il quale rappresenta contemporaneamente l’ancora di salvezza e la tempesta. L’uomo promette di abbandonare le tensioni dell’Antimafia di Palermo per costruire una vita serena nel capoluogo etneo, una promessa vincolata alla cattura di Salvatore Fratta, l’ultimo esecutore materiale dell’omicidio del padre di Vanina ancora a piede libero. Dall’altro lato irrompe nuovamente la figura del dottor Manfredi Monterreale, a cui dà vita Corrado Fortuna, capace di offrire una leggerezza rassicurante e di scatenare dinamiche sentimentali impreviste, attirando le fisiologiche gelosie del magistrato. Si avverte la chiara sensazione che i misteri più insondabili, in questa articolata scacchiera narrativa, non siano i casi di omicidio nei sotterranei dei pub o negli hotel abbandonati, ma i grovigli irrisolti del cuore umano.
Un racconto corale che rifugge gli stereotipi
Un’indagine non si regge mai esclusivamente sulle spalle di una sola persona, e l’architettura della serie lo dimostra valorizzando una squadra di comprimari scritti con intelligenza. Il cast di supporto costruisce una sorta di scudo umano e affettivo attorno alla vicequestore, dando forma a una vera e propria famiglia d’elezione. Personaggi come il fedele ispettore capo Carmelo Spanò, interpretato da Claudio Castrogiovanni, l’ispettrice Marta Bonazzoli, incarnata da Paola Giannini, insieme a Mimmo Nunnari (Giulio Della Monica), al giovane Salvatore Lo Faro (Danilo Arena) e al dirigente Tito Macchia (Orlando Cinque), non sono semplici pedine funzionali alla trama verticale. Ognuno di loro porta sullo schermo traiettorie personali ben definite, segreti e fragilità. Quello che oggi le nuove generazioni amerebbero definire “hype” per il crime televisivo, in questo specifico contesto viene elegantemente smorzato per lasciare spazio a una recitazione misurata e a un ritmo che privilegia costantemente lo spessore psicologico dell’intera squadra.
Preparatevi una tazza di tè nero profumato agli agrumi di Sicilia, mettete in modalità silenziosa i vostri dispositivi e lasciatevi trasportare tra i vicoli di Catania, prestando attenzione ai lunghi silenzi molto più che ai clamori delle indagini.









