Home Magazine Lifestyle Volontariato e burocrazia: perché le associazioni faticano ad adeguarsi alle nuove regole

Volontariato e burocrazia: perché le associazioni faticano ad adeguarsi alle nuove regole

Pila di documenti burocratici su una scrivania di una piccola associazione

Chi frequenta da anni il mondo del volontariato, quello vero, fatto di sedi in affitto e bilanci risicati, racconta spesso la stessa sensazione: negli ultimi tempi si scrive più di quanto si agisca. Non per scelta, ma per necessità. La riforma del terzo settore, pensata per portare ordine e trasparenza in un universo storicamente frammentato, ha imposto alle associazioni un carico di adempimenti che molte realtà, soprattutto quelle piccole e a gestione interamente volontaria, faticano concretamente a sostenere.

Un impianto normativo pensato per strutture che non tutti hanno

Il Codice del Terzo Settore, in vigore dal 2017 con un percorso attuativo completato solo negli anni successivi, richiede alle organizzazioni iscritte al Registro Unico Nazionale requisiti di governance, trasparenza contabile e rendicontazione che presuppongono competenze amministrative non scontate. Bilanci redatti secondo schemi predefiniti, verbali assembleari conformi a criteri specifici, obblighi di pubblicità sul sito istituzionale per determinate soglie di entrate. Per una fondazione strutturata, con personale dedicato, si tratta di adempimenti gestibili. Per una piccola associazione di quartiere, retta da un consiglio direttivo di volontari che nella vita svolgono tutt’altro mestiere, lo stesso impianto normativo diventa un ostacolo reale, spesso superiore alle energie disponibili.

Il paradosso della professionalizzazione forzata

Le organizzazioni che sopravvivono meglio a questo passaggio sono quelle che, negli anni, hanno potuto permettersi di assumere una figura amministrativa dedicata, oppure di affidarsi a consulenti esterni specializzati in terzo settore. È un paradosso che diversi osservatori del comparto hanno segnalato: una riforma nata per garantire maggiore trasparenza e affidabilità rischia, nei fatti, di premiare le associazioni già strutturate e penalizzare quelle più piccole, proprio le realtà che spesso mantengono il legame più diretto con i bisogni concreti del territorio. Il rischio, non teorico, è che alcune associazioni storiche scelgano di rinunciare all’iscrizione al registro, con la conseguente perdita di benefici fiscali e possibilità di accesso al cinque per mille, semplicemente perché non riescono a reggere il carico burocratico richiesto.

La differenza tra obbligo formale e capacità operativa reale

Un aspetto spesso trascurato riguarda la distinzione tra ciò che la norma richiede sulla carta e ciò che un’organizzazione di volontari riesce effettivamente a produrre nella pratica quotidiana. La rendicontazione delle attività, ad esempio, non si limita alla tenuta dei conti: prevede anche relazioni descrittive sull’impatto sociale generato, documentazione che richiede tempo e capacità di sintesi che non tutti i volontari, per quanto motivati, possiedono. Molte associazioni finiscono per delegare questi compiti sempre alle stesse due o tre persone disponibili, generando un carico che nel tempo scoraggia proprio i profili più preparati, quelli che potrebbero garantire continuità gestionale, portandoli talvolta ad abbandonare ruoli di responsabilità per stanchezza organizzativa più che per disaffezione verso la causa.

Il ruolo crescente della consulenza esterna

Di fronte a questa complessità, sempre più associazioni si rivolgono a professionisti esterni per la gestione degli aspetti fiscali e amministrativi, un fenomeno che sposta parte del bilancio associativo verso spese di consulenza prima quasi sconosciute in questo settore. Non è necessariamente un male: la qualità della gestione amministrativa migliora, e con essa la solidità dell’ente agli occhi di potenziali finanziatori pubblici e privati. Resta però il problema di fondo, che riguarda soprattutto le realtà più piccole e con minori entrate: reperire le risorse per pagare quella consulenza, quando il bilancio associativo è già risicato in partenza e ogni euro destinato all’amministrazione è, quasi sempre, un euro sottratto alle attività sul territorio che costituiscono la ragione stessa dell’esistenza dell’associazione.

Trovare un equilibrio tra rigore normativo e sostenibilità operativa resta la sfida aperta di questa riforma, a distanza di anni dalla sua entrata in vigore – una sfida che il legislatore continua a monitorare senza aver ancora individuato correttivi strutturali capaci di alleggerire il peso burocratico sulle realtà più fragili del comparto.