Dopo tanta attesa, approda nelle sale cinematografiche italiane il 22 Gennaio 2026 Return to Silent Hill, terzo lungometraggio per il grande schermo derivato dal popolare franchise videoludico.
Franchise a tematica survival horror che, prodotto e sviluppato da Konami a partire dal 1999, non ha infatti potuto fare a meno di suscitare l’interesse dell’universo della Settima arte in un periodo in cui, ad inizio terzo millennio, cominciavano a spopolare i film tratti dai videogiochi.
I cosiddetti cineVgame, la cui strada venne aperta negli anni Novanta, tra gli altri, da Super Mario Bros, Street fighter – Sfida finale, Double dragon e Mortal kombat.
Prima, dunque, che il fenomeno esplodesse definitivamente, tra il 2001 e il 2005, grazie ai due Lara Croft: Tomb raider interpretati da Angelina Jolie, allo zombie movie Resident evil e a Doom.
Fenomeno cui, appunto, si aggiunse a cominciare dal 2006 anche la saga di Silent Hill, che andiamo a ripercorrere in occasione dell’uscita di questo nuovo tassello.
Silent Hill (2006)
Con il volto di Radha Mitchell, Rose è una giovane madre che, alla disperata ricerca di una cura per sua figlia Sharon alias Jodelle Ferland, affetta da una misteriosa malattia, decide di recarsi nell’oscura città di Silent Hill, spesso nominata dalla ragazzina durante il sonno; nonostante la forte opposizione del marito Christopher, ovvero Sean Bean, e il consiglio da parte dei medici di ricorrere ad un ospedale psichiatrico.
Su sceneggiatura del Roger Avary che vinse il premio Oscar grazie al capolavoro tarantiniano Pulp fiction, è il francese Christophe Gans a trovarsi al timone di regia dell’operazione, destinata presto, ovviamente, a prendere una piega inquietante.
Perché, risvegliatasi da uno svenimento dopo aver dovuto sterzare violentemente con l’automobile proprio in prossimità della cittadina, la protagonista scopre che Sharon non è più accanto a lei.
Affiancata dalla risoluta poliziotta Cybil incarnata da Laurie Holden, è dunque alla sua ricerca che si getta in quella che si presenta come una disabitata località oppressa dalla nebbia.
Rivelando immediatamente, tra desolazione e fiocchi di neve cadenti, come l’insieme sia visivamente parlando non poco fedele al videogame da cui prende le mosse.
Un insieme mirato a ribadire che gli occhi mentono e che la fede è l’unica verità, ma che, nel probabile tentativo di conferire un certo tocco autoriale, il regista di Crying freeman e Il patto dei lupi gestisce in maniera tutt’altro che incalzante.
Per oltre cinquanta minuti delle due ore totali (un po’ troppe, forse), infatti, non abbiamo altro che lente camminate tra strade e corridoi deserti, senza che si respiri troppo quella che sarebbe dovuta essere una avvolgente, lugubre atmosfera.
Soltanto in seguito arriva il movimento, fino ad approdare a qualche inaspettato risvolto conclusivo… per uno spettacolo non privo di scarafaggi di notevoli dimensioni, qualche spargimento di liquido rosso e mostruose creature che sembrano uscite dalla mente di Clive Barker.
Silent Hill: Revelation (2012)
Adelaide Clemens veste i panni della giovane Heather Mason, ovvero la nuova identità della Sharon con cui avevamo fatto conoscenza nel primo film.
Tormentata da spaventosi incubi legati alla città fantasma suggerita dal titolo, decide di recarvisi al fine di investigare sulla scomparsa del padre Harry, nuovamente provvisto delle fattezze di Sean Bean.
E scopre dunque non solo di non essere chi credeva, ma anche che uscire dal posto sia tutt’altro che facile.
Man mano che prende forma una oltre ora e mezza di visione che, girata in 3D, prende ispirazione da Silent Hill 3.
Una oltre ora e mezza di visione che lascia immediatamente avvertire la volontà di apparire diversa dal lungometraggio precedente a cominciare dalla sequenza di apertura, visivamente accattivante e non priva di splatter.
D’altra parte, Gans aveva probabilmente cercato di rimanere profondamente fedele alla fonte di partenza dimenticando, però, che il pubblico in sala non sia provvisto di joypad per giocare.
Il britannico Michael J. Bassett (oggi MJ Bassett, transgender), nuovo arrivato dietro alla macchina da presa e già regista, tra l’altro, di Deathwatch – La trincea del male e Solomon Kane, non perde invece tempo e privilegia una certa velocità di svolgimento.
Con un cast comprendente anche i veterani Malcolm McDowell e Carrie-Anne Moss, confeziona un horror che, se non fosse per il massiccio uso di effettistica digitale, richiamerebbe non poco alla memoria il look di analoghe pellicole sfornate negli anni Ottanta.
Tanto che l’atmosfera che si respira e le allucinazioni pseudo-oniriche sembrano richiamare in maniera evidente alla memoria la serie Nightmare; mentre, nell’avvicinarsi alla verità affiancata dal compagno di scuola Vincent di Kit Harrington, la protagonista ci conduce dalle parti degli universi infernali di Hellraiser.
Alla fine, dunque, con inclusa nel mucchio un’affascinante sequenza che si svolge all’interno di un luna park, Silent Hill: Revelation garantisce un efficace spettacolo di puro intrattenimento… proprio come quando si videogioca.
Return to Silent Hill (2026)
Dedicato al compianto Samuel Hadida che aveva prodotto le due precedenti trasposizioni, è Christophe Gans a firmare questa terza, tornando dunque ad occuparsi di Silent Hill vent’anni dopo il capostipite.
Non un vero e proprio sequel, bensì un reboot atto a prendere le mosse dal secondo capitolo della serie di videogiochi, che a sua volta si muove in modo indipendente dal resto della saga.
Un reboot che, tra sogno e realtà, ci porta subito a conoscenza del James Sunderland interpretato da Jeremy Irvine, il quale, profondamente innamorato della Mary Crane di Hannah Emily Anderson, va a convivere nell’appartamento che lei ha a Silent Hill.
Ma le cose non vanno propriamente bene e, improvvisamente, non solo inizia a bere, ma viene tormentato dal ricordo della donna, ritrovandosi nella città che, però, non è più come la conosceva.
Il giusto pretesto, quindi, per dare inizio ad un percorso da incubo dal sapore di tortuoso purgatorio; man mano che entra a far parte della vicenda anche la piccola Laura di Evie Templeton.
Un tortuoso purgatorio orchestrato a suon di contorte figure dal sapore a metà strada tra il lovecraftiano e il sopra menzionato Barker, silhouette che si dissolvono nella nebbia, teste rotolanti e ratti.
Senza contare il Pyramid Head che i fan silenthilliani conoscono bene; ad ulteriore corredo di oltre un’ora e quaranta minuti di visione che, trasudante inquietudine e riguardante la tanto discussa seconda chance, lascia palesemente intuire il tentativo da parte di Gans di far risultare il tutto, ancora una volta, visivamente fedele alla matrice videoludica.
Tentativo che, con inclusa l’immancabile pioggia di cenere, può considerarsi tranquillamente riuscito, stavolta non solo per quanto riguarda l’aspetto visivo ma anche quello dell’evoluzione del gioco.
E, fortunatamente, a differenza di quanto visto in Silent Hill è il movimento a farla in questo caso da padrone; tanto che, con indispensabile spruzzata di gore e consueta abbondanza di computer grafica, l’impressione è quella di addentrarsi in maniera coinvolgente in un cupo e al contempo colorato tunnel dell’orrore immerso in un disturbante clima segnato da angoscia e disperazione.









