A circa sette mesi dall’uscita di 28 anni dopo di Danny Boyle, titolo caldo dell’estate cinematografica 2025, approda nelle sale italiane il 15 Gennaio 2026 28 anni dopo – Il tempio delle ossa di Nia DaCosta.
Il secondo capitolo di un’ideale trilogia atta a fare da tarda continuazione al fenomeno zombesco da grande schermo cui lo stesso Boyle diede avvio nel lontano 2002 attraverso 28 giorni dopo; cinque anni prima di ricoprire il ruolo di produttore esecutivo nel sequel 28 settimane dopo di Juan Carlos Fresnadillo.
Un fenomeno zombesco da grande schermo che, a ventiquattro anni dal suo esplosivo debutto, ci spinge a ripercorrerlo per apprenderne al meglio l’evoluzione.
“28 giorni dopo” (2022) – Cillian Murphy ultimo uomo della Terra?
Cillian Murphy veste i panni di Jim, il quale, un mese dopo che un gruppo di attivisti per i diritti degli animali ha liberato degli scimpanzé infetti in un centro di ricerca, si risveglia dal coma in un ospedale londinese scoprendo di essere totalmente solo, sia all’interno che al di fuori dell’edificio.
Con gli attivisti massacrati dai primati contaminati, è dunque un incipit da eco-vengeance (filone costituito da film incentrati su animali assassini) ad aprire quello che, insieme al contemporaneo Resident evil di Paul W.S. Anderson e a L’alba dei morti viventi di Zack Snyder, del 2004, contribuì ad inizio XXI secolo a riportare all’attenzione del pubblico la figura dello zombi, abbondantemente ignorata dalla Settima arte degli anni Novanta in favore di quella del vampiro.
Anche se, in verità, è più dalle parti degli infetti proposti nel 1980 da Umberto Lenzi nel suo Incubo sulla città contaminata che da quelle dei cosiddetti living dead che si collocano gli aggressivi individui dagli occhi iniettati di sangue che Boyle fa agire in una Gran Bretagna da dopo-bomba completamente deserta.
Uno scenario chiaramente influenzato da quello in cui vennero immersi sia il Vincent Price de L’ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow che il Charlton Heston di 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal, entrambi derivati dal romanzo I vampiri di Richard Matheson, poi fonte d’spirazione nel 2007 per l’Io sono leggenda di Francis Lawrence.
E, a proposito di horror italiani, torna in un certo senso alla memoria Demoni 2… l’incubo ritorna di Lamberto Bava nella sequenza del garage; senza alcun dubbio una delle migliori del film insieme a quella del massacro dei soldati, con una splendida colonna sonora che colora di moderna poesia frenetiche immagini grondanti pioggia, fulmini, tuoni, liquido rosso e violenza.
Perché, man mano che il protagonista fa conoscenza con altri sopravvissuti a quello che pare essere un virus trasmissibile attraverso l’emoglobina, tra ratti in agguato e gli pseudo-zombi rappresentati spesso come infernali sagome nere pronte a scattare velocemente verso la vittima prescelta dopo aver sfruttato il silenzio al fine di scrutarla di nascosto, l’autore di Trainspotting non lascia affatto a desiderare per quanto riguarda lo splatter.
Conferendo una forte sensazione d’assedio e suggerendo la natura incontaminata quale unica speranza per il futuro… mentre omaggia il maestro assoluto degli zombie movie George A. Romero sia nel momento della “spesa” al supermercato che nell’epilogo simil-Il giorno degli zombi.
“28 settimane dopo” (2007) – Robert Carlyle e gli pseudo zombi
Si riparte sei mesi dopo gli eventi narrati nella pellicola precedente e vediamo un esercito degli Stati Uniti che, convinto di aver sconfitto l’infezione che ha trasformato i comuni mortali in pericolosi esseri sbrana-umani, contribuisce al ripopolamento di Londra e inizia a creare una zona di quarantena; senza immaginare, però, che uno dei profughi ritornanti sia a sua insaputa vittima del virus.
E, mentre Cillian Murphy non è più della partita, sotto la regia del sopra menzionato Fresnadillo – all’epoca al suo secondo lungometraggio dopo il thriller Intacto – Gioca o muori, datato 2001 – è il Robert Carlyle di Full Monty – Squattrinati organizzati a rientrare tra i nomi principali dell’operazione.
Il Robert Carlyle oltretutto interprete del già citato Trainspotting di Boyle – in questo caso relegato alla sola produzione esecutiva al fianco dell’Alex Garland che sceneggiò proprio 28 giorni dopo – e che ricopre il ruolo di Donald “Don”, divenuto uno dei gestori dell’intera zona e padre degli adolescenti Tammy e Andy, ovvero Imogen Poots e Mackintosh Muggleton.
In quello che, con inclusa nel mucchio l’epidemiologa Scarlett Rose incarnata da Rose Byrne, a partire già dalla situazione d’assedio che ne anticipa i titoli di testa si presenta in qualità di prodotto volto maggiormente al puro intrattenimento e destinato ad abbandonare l’impostazione a suo modo autoriale che aveva caratterizzato il predecessore.
Di conseguenza, man mano che si avvertono più omaggi al dittico Demoni di Lamberto Bava che all’epopea zombesca romeriana e che si registra un notevole aumento dei personaggi tirati in ballo, quei dilatati momenti d’attesa infarciti addirittura di una certa poesia vengono sostituiti dall’abbondanza di movimento a suon di lunghissime fughe e di una macchina da presa che sembra quasi impazzita nell’immortalare il tutto.
Forse, però, con un look generale che pare strizzare in parte l’occhio ai videoclip e in parte ai servizi giornalistici, è proprio questo eccesso di virtuosismi tecnici a rischiare di spingere alla distrazione nel corso di un sequel che tende a concentrarsi in particolar modo sull’azione e sulle dosi di gore, concedendo oltretutto maggiore fisicità ai mutanti dagli occhi rosso sangue.
Un sequel sicuramente scandito da un buon ritmo generale e non privo di memorabili situazioni come quella dell’elicottero utilizzato per falciare gli infetti, ma che ai tempi della sua realizzazione non sembrò altro che un ideale di ponte tra 28 giorni dopo e un allora atteso terzo capitolo che si lasciava immaginare come 28 mesi dopo e che, però, non venne mai messo in cantiere.
“28 anni dopo” (2025) – Apocalisse da Brexit
Con Danny Boyle che torna al timone di regia e Alex Garland per la seconda volta in sceneggiatura, si comincia con bambini impegnati a guardare in tv Teletubbies e un improvviso attacco di infetti; prima che si passi, come il titolo suggerisce, a ventotto anni dopo e che facciamo conoscenza con i sopravvissuti abbandonati a loro stessi nella terraferma britannica.
Sopravvissuti comprendenti anche quelli che hanno creato una piccola comunità autonoma su una piccolissima isola vicina raggiungibile esclusivamente attraverso un passaggio percorribile a piedi con la bassa marea e tra i quali vi sono il dodicenne Spike e i genitori Jamie e Isla, ovvero Alfie Williams, Aaron Taylor-Johnson e Jodie Comer, quest’ultima affetta da una misteriosa malattia.
Del resto, man mano che il ragazzino lascia insieme al padre l’isola per andare ad uccidere i contaminati rabbiosi sfruttando unicamente arco e frecce, al di là della superficie horror è in qualità di film riguardante la famiglia e la maniera in cui si frantuma che intende essere questo nuovo tassello da considerare, in un certo senso, collegato direttamente al capostipite.
Capostipite di cui ritroviamo il protagonista Cillian Murphy coinvolto, però, soltanto in vesti di produttore esecutivo; mentre entra in scena anche il dottor Kelson dal volto di Ralph Fiennes e, a differenza dei due lungometraggi precedenti, viene privilegiata un’ambientazione ancor più apocalittica e quasi esclusivamente rurale.
Un aspetto che finisce paradossalmente per privare il tutto di quel fascino da fanta-incubo urbano di matrice mathesoniana privilegiando, invece, un certo look da prodotto avventuroso condito di spargimenti di sangue e colonne vertebrali in bella vista.
Un aspetto che lascia anche intuire una certa tendenza al risparmio nella oltre ora e cinquanta di visione che, chiaramente influenzata dal periodo storico della pandemia dovuta al Coronavirus, nelle idee di Boyle e Garland affronta attraverso l’horror l’argomento Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.
Ma l’evidente impressione è che l’autore premio Oscar di The millionaire non sia in grado di sfruttare in maniera efficace in salsa di allegoria socio-politica le salme ambulanti come seppe fare George A. Romero… quindi, sebbene l’azione risulti discretamente distribuita e non manchino momenti mirati alla spettacolarità, tra un’impressionante situazione di parto e pseudo-zombi a tratti ridicoli nell’andarsene in giro completamente nudi non abbiamo altro che una guardabile operazione. Trascurabile per il filone dei morti viventi e “alimentare” per Boyle.
“28 anni dopo – Il tempio delle ossa” (2026) – Aspettando la fine
Da un lato ritroviamo immediatamente lo Spike di Alfie Williams finito nelle mani della setta di giovinastri spesso dediti al parkour capitanata da Jimmy Crystal alias Jack O’Connell, dall’altro il dottor Kelson di Ralph Fiennes, che avevamo anche sentito asserire che la tintura di iodio protegge dal virus della rabbia e che è ora coinvolto in una sconvolgente relazione dalle conseguenze che potrebbero cambiare il destino del mondo.
Con Boyle ora soltanto produttore e Cillian Murphy nuovamente alla produzione esecutiva, su sceneggiatura di Alex Garland sono queste le due storie alla base del plot e che, se inizialmente viaggiano in parallelo, finiscono poi per convergere in quasi un’ora e cinquanta di visione.
Quasi un’ora e cinquanta di visione che, come sopra accennato a firma della Nia DaCosta cui dobbiamo il trascurabilissimo cinecomic The Marvels, non è certo nuova all’horror in fotogrammi, considerando che nel 2021 si era occupata del Candyman atto a rispolverare il boogeyman uncinato e di colore nato dalla penna di Clive Barker.
La Nia DaCosta che, nel mostrarci l’incubo senza via di uscita in cui è finito Jimmy e, allo stesso tempo, le ricerche che Kelson continua a portare avanti nel tentativo di scovare un rimedio all’infezione rabbiosa, non dimentica indispensabili dosi di splatter condite, come nel lungometraggio precedente, di colonne vertebrali estirpate.
La novità di questo 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, però, risiede nel fatto che non sono più i rabbiosi sbrana-innocenti a rappresentare la principale minaccia per la sopravvivenza, bensì la disumanità dei sopravvissuti.
In realtà niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo che il solito George A. Romero basò tutta la sua saga zombesca proprio su questo aspetto; ma, soprattutto, il problema dell’opera della DaCosta risiede nella scelta di relegare gli infetti esclusivamente a fugace elemento di contorno.
Infetti dunque poco sfruttati, a differenza di quanto fatto dall’autore de La notte dei morti viventi e Zombi, e oltretutto sempre più simili in maniera grottesca a nudisti fuggiti da un manicomio.
Mentre Ordinary world dei Duran Duran viene inserita all’interno di una colonna sonora comprendente anche The number of the beast degli Iron Maiden.
Quest’ultima posta ad accompagnamento di quella che è probabilmente la sequenza maggiormente delirante di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa.
Nientemeno che una piuttosto movimentata ma irrilevante prosecuzione di quello che, invece, era apparso semplicemente in qualità di prologo a questa trilogia che verrà conclusa, a quanto pare, dal ritorno di Boyle in cabina di regia.
Una trilogia che, almeno finora, si lascia percepire decisamente inutile.









