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    Portobello: dal 20 febbraio su HBO Max il teatro dell’assurdo giudiziario che distrusse Tortora

    Fabrizio Gifuni interpreta Enzo Tortora in manette scortato da due carabinieri nella scena dell'arresto della serie TV Portobello.

    C’è stato un tempo in cui l’Italia si fermava, letteralmente, davanti a un pappagallo verde che si rifiutava di parlare. Erano i venerdì sera di un Paese che cercava leggerezza e trovava in Portobello un rito collettivo capace di incollare allo schermo 28 milioni di spettatori. Ma dietro quel sorriso garbato e quella televisione “dal volto umano”, si stava preparando una delle pagine più buie della storia repubblicana. Dal 20 febbraio, su HBO Max, la serie Portobello diretta da Marco Bellocchio riapre quel fascicolo doloroso, trasformando la cronaca giudiziaria in un affresco drammatico sull’errore, sulla gogna mediatica e sulla fragilità dell’innocenza.

    Dalla vetta al baratro: l’arresto in diretta

    Per comprendere la violenza dell’impatto, bisogna misurare l’altezza da cui Enzo Tortora è stato spinto giù. Nel 1983 non era solo un presentatore, ma il “Re della Tv”, fresco di nomina a Commendatore della Repubblica da parte di Sandro Pertini. Era l’uomo che entrava nelle case degli italiani in punta di piedi. Eppure, all’alba del 17 giugno 1983, quella vita immacolata viene spazzata via da un blitz che ha il sapore amaro dello spettacolo. I carabinieri bussano alla sua stanza all’Hotel Plaza e Tortora, incredulo, pensa a un errore.

    Fabrizio Gifuni nel ruolo di Enzo Tortora e Romana Maggiora Vergano posano sorridenti con il pappagallo verde in una scena della serie TV Portobello.
    Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano con il celebre pappagallo in una scena di Portobello

    Quello che segue è un’immagine indelebile: l’esibizione delle manette ai polsi, il trascinamento in carcere a Regina Coeli e la condanna preventiva di un sistema mediatico che aveva già emesso la sentenza prima ancora del processo. La serie, prodotta da Our Films e Kavac Film, non si limita a ricostruire i fatti, ma indaga il meccanismo perverso che ha permesso a un castello di menzogne di distruggere un uomo. Fabrizio Gifuni, chiamato a interpretare Tortora, porta sullo schermo non un’imitazione, ma la dignità ferita di chi si trova improvvisamente solo contro uno Stato Leviatano.

    Il teorema del nulla: pentiti, centrini e agende sbagliate

    Il cuore della narrazione di Bellocchio risiede nell’analisi di quello che viene definito un “teatro dell’assurdo”. L’accusa si fondava sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia della Nuova Camorra Organizzata, figure come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, criminali che cercavano sconti di pena e visibilità. Non esistevano riscontri bancari, non c’erano intercettazioni, non c’erano prove materiali.

    Ripercorrendo gli atti processuali attraverso la lente della serie, emergono dettagli che oggi appaiono grotteschi. L’intero impianto accusatorio poggiava su equivoci surreali: un’agendina trovata a un camorrista dove il nome “Tortona” venne letto come “Tortora” e una vicenda di centrini artigianali inviati alla redazione Rai, che la follia accusatoria trasformò in un presunto segnale in codice per traffici illeciti. Si assiste, nella ricostruzione scenica, alla cecità di una magistratura che, come sottolinea il regista nelle sue note, appariva “accecata da un’idea missionaria di giustizia”, incapace di ammettere l’errore anche di fronte all’evidenza.

    L’assoluzione tardiva e il peso della memoria

    La vicenda giudiziaria di Tortora è un calvario in due atti. Il primo si chiude con una condanna shock a dieci anni di reclusione nel 1985, basata su un teorema indimostrabile. Il secondo, fortunatamente, vede il trionfo della verità: il 15 settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli, guidata da giudici che ebbero il coraggio di smontare le false accuse dei pentiti, assolve il presentatore con formula piena.

    Ma Portobello ci ricorda che l’assoluzione giuridica non cancella la devastazione umana. Enzo Tortora morirà nel 1988, pochi mesi dopo il suo ritorno in tv, consumato da una battaglia che gli ha tolto la salute e la serenità. Questa serie, scritta da un team che include Stefano Bises e Giordana Mari, si pone come un atto necessario di memoria. Non è solo la storia di un errore giudiziario, ma un monito potente su quanto possa essere pericolosa una giustizia che cerca il consenso mediatico anziché la verità fattuale. In un’epoca dominata dai tribunali social, la lezione di dignità di Enzo Tortora – che rinunciò all’immunità parlamentare per farsi processare – risuona più forte che mai.