Home Magazine Spettacolo & Lifestyle Passenger: perché Øvredal ha scelto i Siouxsie (e non Iggy Pop) per...

    Passenger: perché Øvredal ha scelto i Siouxsie (e non Iggy Pop) per chiudere il film

    Lou Llobell e Jacob Scipio esaminano il furgone in una scena di Passenger, il film horror di André Øvredal
    Lou Llobell as “Maddie" and Jacob Scipio as “Tyler" in Passenger from Paramount Pictures.

    L’arrivo nelle sale di Passenger, la nuova fatica di André Øvredal, solleva immediatamente un quesito per chiunque ami andare oltre la superficie di un’opera. Perché un regista così attento ai dettagli sceglie di chiudere una pellicola sulla strada con la cover dark dei Siouxsie and the Banshees di The Passenger e non con l’iconica traccia originale di Iggy Pop? Non si tratta di una semplice scelta da playlist per compiacere il pubblico dei multisala. Questa deviazione musicale è la chiave per capire tutto. Da qui, esattamente da questa crepa nel sistema delle aspettative, bisogna entrare nel ventre metallico del film per metterne a nudo i segreti.

    Il film: un van, una maledizione e una presenza inarrestabile

    Il nuovo lavoro del cineasta norvegese si configura rapidamente come un horror di ottimo artigianato, tecnicamente solido e capace di accelerare con spietata decisione nell’ultima mezz’ora di minutaggio. La premessa narrativa vede un cast compatto, costretto a condividere l’abitacolo di un furgone che si trasforma progressivamente in una prigione su quattro ruote. I protagonisti si trovano a fare i conti con una maledizione antica e una presenza che rifiuta di fermarsi, come un predatore paziente che isola le sue vittime dal resto del mondo civile. La sceneggiatura non si perde in inutili orpelli e punta dritta al collasso psicologico, chiudendo le sue pedine in un ecosistema privo di vie di fuga. Il picco tecnico e tensivo della pellicola si raggiunge senza dubbio nella scena del cambio ruota: un momento di vulnerabilità assoluta, dilatato con una maestria che ricorda la gestione della suspense dei grandi classici, dove ogni ombra notturna pesa come un macigno sul petto dello spettatore.

    Øvredal e il van come spazio claustrofobico: la lezione di Autopsy

    Chi ha familiarità con il background del regista sa bene come Øvredal abbia già dimostrato di saper trasformare uno spazio angusto in un universo di puro terrore. In Autopsy of Jane Doe era l’obitorio, una stanza sotterranea separata dal mondo dei vivi; in Passenger è l’abitacolo di un van che sfreccia nel cuore della notte. Il furgone diventa l’analogo mobile di quella sala autoptica, un ambiente sigillato che viaggia attraverso un paesaggio rurale ostile. In un’epoca dominata dal tracciamento satellitare e dalla sorveglianza globale (dove la sensazione di controllo ci illude di essere sempre al sicuro), il vero terrore si concretizza quando il segnale cade e ci si ritrova tagliati fuori, in balia di una minaccia cruda e inesorabile. Il modello di riferimento per questa entità è palesemente It Follows, ma Øvredal lo rielabora puntando tutto su una fotografia notturna che annega i volti nel buio e su un sound design che non regala salti sulla sedia gratuiti, ma li calibra con la precisione di un orologiaio.

    L’incursione di Vacanze Romane: quando il 1953 fa più paura del demone

    C’è uno snodo cruciale nel film che svela la reale profondità dell’operazione. Proprio quando l’assedio demoniaco raggiunge il suo acme, Øvredal inserisce frammenti visivi di Vacanze Romane di William Wyler. Perché utilizzare un classico del 1953, manifesto dell’evasione romantica e della libertà di assumere una nuova identità, nel cuore di un incubo notturno? Il contrasto è viscerale e per nulla decorativo. Rappresenta la tesi stessa dell’opera: il viaggio su strada, mitizzato dalla cultura americana come massima espressione di libertà individuale, si rovescia in una trappola mortale. La luce tremolante del proiettore che mostra le gesta di Audrey Hepburn diventa l’ultima, disperata difesa contro le tenebre (un illusorio appiglio alla normalità per la mente umana). L’utopia cinematografica di un’Europa pacificata si scontra frontalmente con la brutalità di un microcosmo in cui si è prede assolute.

    L’enigma di The Passenger: la decodifica dei Siouxsie

    Torniamo al dettaglio nascosto che apre la nostra indagine. Quando Iggy Pop scrisse The Passenger nel 1977, ispirato dai suoi viaggi in metropolitana nella Berlino Est divisa dalla Guerra Fredda, firmò un’ode al nomade moderno: colui che osserva i sommovimenti del mondo dal finestrino, rimanendo alieno e intoccabile. Dieci anni dopo, i Siouxsie and the Banshees ne hanno stravolto l’anima originaria, trasformando l’euforia del viaggio in una marcia gotica e plumbea. Øvredal opta per questa seconda incarnazione perché il passeggero del suo film non ha nulla dell’osservatore distaccato. È una presenza parassitaria che si aggrappa al veicolo, un’entità che non scende mai e che reclama la strada come proprio dominio eterno. La maledizione perde i connotati romantici del viaggio per diventare una condanna impossibile da spezzare, rendendo la scelta musicale l’ultimo e definitivo manifesto programmatico del regista.

    Il verdetto finale: produzione e target di riferimento

    Dal punto di vista puramente produttivo, la regia si conferma lucida e capace di massimizzare le risorse a disposizione senza disperdere budget in effetti digitali superflui. Il verdetto senza filtri è chiaro: siamo di fronte a un’opera caldamente consigliata sia ai neofiti dell’orrore sia agli storici amanti degli incubi su strada. Non ambisce a riscrivere le regole fondanti del genere, ma ne percorre i binari con una competenza tecnica invidiabile, regalando un’esperienza che giustifica pienamente il prezzo del biglietto. Per chi cerca una corsa notturna carica di tensione primordiale, senza per forza pretendere intrecci intellettuali complessi, il risultato finale sfiora le 3 stelle su 5. Un viaggio al termine della notte che dimostra, ancora una volta, come a volte bastino quattro ruote e la giusta oscurità per risvegliare le nostre paure più antiche.