La storia del cinema italiano non è fatta solo di sceneggiature blindate e contratti milionari firmati in eleganti e fumosi uffici romani. Spesso, i sodalizi più influenti nascono per puro caso, inciampando in salotti popolati da cani ringhiosi e abbigliamenti improbabili che sembrano partoriti dalla mente di uno sceneggiatore in stato di grazia.
L’incontro in via Anapo e il dettaglio del caffettano
C’è un indirizzo preciso dove la commedia nostrana ha rischiato di deragliare in modo irreparabile, per poi ritrovare miracolosamente i propri binari. Si tratta della residenza di Paolo Villaggio in via Anapo, a Roma. Occorre dimenticare per un attimo le austere sale riunioni della Titanus. Il vero palcoscenico del destino prende forma in un ingresso domestico dalle tinte felliniane, difeso strenuamente da una muta di cani dall’indole non propriamente diplomatica. Quando il giovane Neri Parenti varca quella soglia, carico di legittime aspettative, non trova ad attenderlo un divo in giacca e cravatta, pronto a discutere di inquadrature e piani sequenza.
Le porte di un ascensore interno privato, un vezzo architettonico di indubbia e affascinante eccentricità per l’epoca, si spalancano lentamente. Ne emerge un padrone di casa avvolto in un vistoso caffettano esotico. Un indumento che si scontra violentemente con l’immaginario del ragioniere in grisaglia sudaticcia che l’Italia intera aveva imparato ad amare. L’atmosfera restituisce un senso di straniamento assoluto. L’attesa reverenziale inciampa in una scenografia domestica ai limiti del grottesco, dove l’ostentazione altoborghese si mescola a un’estetica del tutto casuale e stralunata. Un dettaglio visivo folgorante. Un cortocircuito che sfugge a qualsiasi fredda sintesi analitica, restituendo la dimensione profondamente imprevedibile del genio comico e dell’uomo che lo incarnava.
Il malinteso surreale che salvò Fantozzi contro tutti
Per cogliere appieno la gravità della situazione, è necessario ricostruire il clima produttivo di quei mesi. Luciano Salce, l’elegante e cinico architetto visivo dei primi due insuperabili capitoli della saga, aveva abbandonato la nave. La produzione si trovava a gestire un vuoto di potere estremamente pericoloso per le sorti di Fantozzi contro tutti. Serviva con urgenza un tecnico brillante, un mestierante solido e capace di governare la macchina da presa, ma che al contempo non osasse mai adombrare l’ego, ormai straripante, del mattatore genovese. Il nome di Neri Parenti, fino a quel momento diligente e apprezzato aiuto regista, venne fatto circolare nelle stanze dei bottoni con una certa cautela.
Villaggio, memore di alcune collaborazioni passate, aveva accolto la candidatura con un entusiasmo quasi sospetto, lodando sperticatamente le doti umane del giovane cineasta. Eppure, la memoria gioca spesso scherzi crudeli. L’attore aveva semplicemente sovrapposto i volti, scambiando Parenti per un altro professionista del settore. Nel salotto di via Anapo, mentre il caffettano smetteva di sventolare, la realtà presentò il suo conto salato. Lo sguardo di Villaggio tradì una delusione palpabile, un disappunto glaciale di fronte allo sconosciuto che si era materializzato in casa sua.
È in questo preciso istante che la natura umana supera la finzione. Di fronte a un ospite mortificato e già con la mano sulla maniglia per levare rapidamente il disturbo, prevalse l’indolenza assoluta. Un invito a prendere un tè, pronunciato con rassegnazione sorniona pur di non dover affrontare la noia di cercare un nuovo candidato, evitò il collasso del film. Un gesto di totale passività che finì per cementare un’unione artistica inossidabile.
La testimonianza diretta e l’ironia del destino
Le parole del diretto interessato fotografano in modo spietato e divertentissimo l’assurdità di quel pomeriggio romano, dissipando ogni patina di romanticismo hollywoodiano.
«Avevo avuto una grande occasione, la faccio breve, di avere la possibilità di co-dirigere con Paolo il terzo Fantozzi. Questo perché Paolo, per motivi che io non conosco, aveva deciso di non farlo più con Salce e quindi non aveva il regista», racconta Neri Parenti con ammirevole onestà. «La Titanus decise di mettergli accanto una persona che fosse tecnicamente ‘di cinema’ ma che non gli facesse ombra. Fecero il mio nome e lui, in virtù dei tanti film fatti insieme come aiuto regista, disse: Ah, ma Neri è una persona fantastica, divertente… sì, lui, solo lui!».
La ricostruzione si sposta poi sul disastroso confronto a quattr’occhi, svelando l’inganno involontario alla base del reclutamento.
«Per cui mi mandano a casa di Villaggio, a Via Anapo, per parlare. Entro, mi ricordo questi cani cattivissimi che abbaiavano, e a un certo punto si apre l’ascensore interno della casa. Esce Paolo con un caffettano, mi guarda e mi dice: Cosa ci fai tu qui? Io rispondo: Io sono Neri Parenti, sono venuto perché lei ha chiesto di me, dovremmo fare insieme la regia di Fantozzi… Lui mi guarda e fa: Ma lo sai che io credevo che fossi un altro? Capirai, l’entusiasmo! Allora dico: Va bene signor Paolo, vado via, scusi l’equivoco. Faccio per aprire la porta e lui mi richiama: Neri! …Ma vabbè, ormai sei venuto dentro, fallo te! Questo è il motivo ‘professionale’ per cui ho cominciato Fantozzi: perché ero arrivato fino a via Anapo», conclude l’autore.
Una rassegnazione pigra che ha riscritto la comicità
Sorge spontanea una certa nostalgia per quel modo imperfetto, artigianale e fatalista di costruire l’intrattenimento. In un momento storico in cui i grandi colossi dell’audiovisivo misurano al millimetro quello che i più giovani amano definire ‘hype’, sottomettendo la creatività a interminabili fogli di calcolo ed estenuanti analisi di mercato, appare quasi terapeutico soffermarsi su simili frammenti di verità. Un equivoco mastodontico, nato da una svista fisionomica e rattoppato alla bell’e meglio con una bevanda calda offerta controvoglia, ha partorito trent’anni di risate e alcuni dei più grandi incassi del nostro botteghino.
Quella mancanza d’azione, quel trattenere un collaboratore deludente esclusivamente per abulia intellettuale, rappresenta la vetta concettuale dell’opera stessa. È il momento esatto in cui l’indole del creatore si allinea perfettamente all’ignavia rassegnata della sua stessa creatura. La maschera letteraria ha letteralmente piegato la realtà alle proprie miserevoli regole, trasformando una banale porta in faccia nel più grande successo strategico del cinema popolare.
Riscoprire opere come Fantozzi contro tutti significa anche imparare a leggere in controluce le inquadrature, percependo la presenza invisibile di quel caffettano logoro dietro la macchina da presa. Un aneddoto disarmante che invita a ridimensionare l’epica del successo a tutti i costi, ricordandoci che a volte basta semplicemente evitare la fatica di uscire di casa per fare la storia.
Foto – Immagine Paolo Villaggio: Elena Torre, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons









