Il patriarca dei Mancuso ci ha lasciati. Peccato che l’ultimo addio stia per trasformarsi in una deflagrazione di segreti e ipocrisie. Ma la vera sorpresa non è sullo schermo, bensì nella genesi di questa pellicola.
Un addio decisamente poco solenne
Da oggi, 29 ottobre 2026, debutta in sala Un tranquillo funerale di famiglia, la nuova fatica di Massimiliano Bruno, reduce dall’accoglienza calorosa alla recente Festa del Cinema di Roma. La premessa narrativa pesca a piene mani dal genere della black comedy pura: la famiglia Mancuso si riunisce per le esequie del capostipite, ma l’evento, invece di essere un momento di raccoglimento, innesca una serie inarrestabile di disastri comici e rivelazioni scomode. Un meccanismo a orologeria che si affida a un cast di pesi massimi, da Claudia Pandolfi a Pietro Sermonti, fino all’imprescindibile Diego Abatantuono e alla grazia di Stefania Sandrelli. L’atmosfera si preannuncia carica, perfetta per esaltare i contrasti tra il sacro rito del lutto e il profano caos dei vivi.
L’illusione dell’originalità e il fascino del ritorno
Sorge spontanea una certa curiosità nell’osservare come il pubblico reagirà a quella che, in apparenza, si presenta come una storia fresca e originale. Eppure, non è la prima volta che un film molto noto rinasce in una versione completamente diversa — lo avevamo già visto con il remake live-action di un classico d’animazione. L’industria cinematografica ama ripescare dal proprio passato, rimescolando le carte per adattare trame consolidate a nuove sensibilità o, più semplicemente, a diversi contesti culturali. Nel caso della pellicola di Bruno, ci si trova davanti a un ingranaggio comico già ampiamente rodato, la cui efficacia è stata testata a più latitudini prima di approdare, con il suo carico di humour nero, al contesto italiano.
Una catena di remake lunga quasi vent’anni
Il materiale di partenza di Un tranquillo funerale di famiglia ha un albero genealogico di tutto rispetto. Tutto inizia nel 2007 nel Regno Unito, con il fulminante Funeral Party (titolo originale Death at a Funeral) scritto da Dean Craig. La sceneggiatura si dimostra un format talmente solido da generare una vera e propria reazione a catena internazionale. Nel 2009 è l’India a proporre la propria versione, seguita a stretto giro dagli Stati Uniti nel 2010. Dopo una pausa, il copione riemerge in Spagna nel 2025, per poi arrivare, riadattato da Bruno insieme a Edoardo Falcone, nei nostri cinema. Un viaggio globale che dimostra come i vizi di famiglia siano, in fondo, una lingua universale.

Il climax nei titoli di coda: la sorpresa musicale
Tra i dettagli che arricchiscono questa nuova veste italiana, c’è una scelta musicale che merita attenzione. Secondo quanto riportato nel comunicato stampa ufficiale della produzione, il climax sonoro non avviene durante lo scioglimento della trama, ma sui titoli di coda. Il brano originale, intitolato “L’amore in coda” e firmato da Roberto Lobbe Procaccini, trasforma il momento del congedo in una festa collettiva. La peculiarità risiede nella presenza della voce di Malika Ayane, che duetta in modo inedito con alcuni membri del cast – Carlo Amleto, Stefano Fresi, Giulia Vecchio e Beatrice Arnera. Una scelta curiosa che mira a mantenere alta l’energia comica anche mentre si riaccendono le luci in sala.
Il coraggio della risata pura
Al netto della lunga catena di adattamenti, questa commedia segna una svolta nella traiettoria di Massimiliano Bruno. Per la prima volta, sembra che l’autore abbia scelto di mettere da parte la ricerca di un messaggio sociale profondo o di una riflessione amara, puntando dritto all’obiettivo della risata pura e semplice. In un panorama in cui si cerca spesso di giustificare l’intrattenimento con significati ulteriori, si tratta di una scelta che lo allontana dal registro più amaro delle sue opere precedenti.
Da oggi, chi varcherà la soglia della sala si troverà davanti non a una storia inedita, ma all’ultimo anello di una catena di adattamenti lunga quasi vent’anni.









