Nel rumore assordante delle piattaforme streaming, capita raramente di imbattersi in un’opera capace di abbassare il volume per mettersi in ascolto. Succede con il nuovo lavoro di Giuseppe Ansaldi, in arrivo in una data che non lascia spazio alle coincidenze, sfidando la distrazione contemporanea con una delicatezza disarmante.
La narrazione di Nessuno escluso, in uscita il 2 aprile su Rai Cinema Channel in concomitanza con la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, si discosta nettamente dalle produzioni patinate a cui le grandi distribuzioni ci hanno tristemente abituati. Sorge spontanea una certa ammirazione per la scelta di schierare interpreti non professionisti, individui chiamati a portare sullo schermo il peso e la grazia del proprio vissuto quotidiano. La macchina da presa segue i passi di Bruno, un bambino con disabilità che si scontra frontalmente con le maglie larghe e spesso inefficaci di un sistema scolastico impreparato ad accoglierlo. Accanto a lui si muove una madre costantemente in trincea, logorata da una burocrazia cieca e da carenze strutturali che trasformano il diritto allo studio in una estenuante corsa a ostacoli. Un ritratto asciutto. Nessuna concessione al facile melodramma. Il regista sceglie di ispirarsi alla lezione del Neorealismo, declinandolo non come mero vezzo estetico, ma come rigorosa postura etica, lasciando che le storie scorrano in totale libertà senza la forzatura di una regia invadente.

Quando le parole si rivelano insufficienti a tradurre la complessità del reale, subentra inevitabilmente un alfabeto diverso. Bruno trova nella musica uno spazio vitale di espressione, un territorio franco in cui le regole stringenti della società perdono consistenza. Questo rifugio sonoro è stato cesellato con estrema cura grazie alle composizioni originali di Roberto Brass Picerni, che non si limitano ad accompagnare le immagini, ma diventano vero e proprio collante narrativo. L’incontro con Christian, un altro bambino autistico che utilizza proprio i suoni per comunicare con il mondo esterno, apre uno squarcio di luce imprevisto all’interno della pellicola. Si respira la netta sensazione che la scenografia, firmata da Valentina Merante, che ha curato anche le illustrazioni del progetto, abbia lavorato per ostinata sottrazione. Privilegiando inquadrature ravvicinate e ambienti essenziali, l’estetica si fa specchio della vocazione realista dell’opera, restituendo un calore umano tangibile.
Spesso la tentazione di spettacolarizzare la sofferenza prende il sopravvento, specialmente quando la macchina da presa indaga tematiche tanto delicate e stratificate. Eppure, in soli sei minuti e ventisette secondi, l’autore riesce a eludere abilmente la trappola del pietismo televisivo. «Nessuno Escluso nasce da un’urgenza: restituire voce e presenza a chi troppo spesso resta ai margini», sottolinea il regista. «Non volevamo spiegare o semplificare, ma abitare la fragilità senza trasformarla in spettacolo». Parole che suonano come un manifesto di intenti. Evitare la semplificazione significa accettare l’onere di restituire al pubblico una materia ruvida, a tratti scomoda. Un azzardo colto. Tutto qui. L’autenticità si manifesta nel rispetto dei silenzi, nei respiri trattenuti e in sguardi che valgono decisamente più di prolissi dialoghi didascalici.
Collocare l’uscita di un cortometraggio così intimo in una data fortemente simbolica comporta una responsabilità culturale non indifferente. Oggi siamo sommersi da slogan motivazionali e da campagne di comunicazione che, pur partendo da nobili presupposti, tendono a esaurire la propria forza propulsiva nello spazio ristretto di una giornata di celebrazioni. Quest’opera, al contrario, invita a una riflessione più profonda e radicale. La scuola e le istituzioni, chiamate direttamente in causa dalle vicende di Bruno e di sua madre, escono dal perimetro della finzione per specchiarsi in un’Italia reale, fatta di insegnanti di sostegno insufficienti e di famiglie abbandonate al proprio destino. Considerare l’inclusione non come un faticoso dovere istituzionale, ma come una normale pratica civile, è la vera sfida che questo film lancia a una società cronicamente distratta. Un monito gentile, sussurrato eppure assordante.
Dietro questa delicatezza formale c’è l’esperienza di chi ha imparato ad ascoltare prima ancora di riprendere. Giuseppe Ansaldi, diviso tra le sue radici catanzaresi e la scena culturale romana, porta con sé un bagaglio di oltre vent’anni nel teatro ragazzi. Aver calcato set guidati da maestri del calibro di Pupi Avati, Carlo Verdone e Terrence Malick ha forgiato un approccio che rifugge i virtuosismi superflui. Mettere al centro della scena coloro che solitamente abitano le periferie del nostro campo visivo è un atto di resistenza poetica che merita senza dubbio attenzione.









