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    Il diavolo veste Prada 2: il segreto della parrucca sfoltita e la brutalità del set

    Un primo piano intenso di Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly nel sequel "Il Diavolo Veste Prada 2".

    Vent’anni possono sembrare un battito di ciglia nell’ovattato mondo dello spettacolo, eppure lasciano solchi profondi persino sui volti inavvicinabili delle icone di stile. Il ritorno di Miranda Priestly non è una semplice operazione nostalgia concepita a tavolino, ma un affresco crudele e onesto su cosa significhi invecchiare quando l’intero sistema che si è faticosamente costruito minaccia di crollare sotto il peso inesorabile del digitale.

    Una Miranda settantaseienne e il crollo dell’editoria cartacea

    Il grande interrogativo che ha aleggiato per anni sulle redazioni di costume era solo uno: perché aspettare così tanto per un sequel di un successo planetario. La risposta fornita direttamente da Meryl Streep spazza via ogni illusione legata a puri calcoli di botteghino. L’attrice e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna hanno atteso il momento storico in cui il giornalismo cartaceo e il modello tradizionale delle riviste di moda iniziassero a sgretolarsi. Miranda Priestly non è più la divinità intoccabile di un impero fiorente, ma una leader stanca che naviga a vista in un ambiente lavorativo diventato un campo minato, dove i vecchi equilibri sono saltati. Per capire se questa nuova dinamica regge davvero sul grande schermo, vi rimandiamo alla nostra recensione de Il diavolo veste Prada 2 e del cast, che analizza proprio lo scontro generazionale al centro del film. L’azienda è minacciata e la stanchezza di reggere il timone in acque così torbide emerge con prepotenza.

    Il segreto della parrucca di vent’anni fa

    C’è un dettaglio fisico, quasi intimo, che la produzione ha deciso di non nascondere dietro i filtri leviganti a cui il cinema contemporaneo ci ha tristemente abituati. Miranda non ha più cinquantasei anni. Ne ha settantasei, e il tempo ha preteso il suo tributo anche sulla sua leggendaria chioma. In una mossa di crudo realismo, il dipartimento trucco ha letteralmente recuperato dai magazzini la parrucca bianca originale creata per il primo film. Invece di lucidata o replicata, la chioma è stata brutalmente sfoltita e riacconciata per mostrare un evidente diradamento. Una scelta stilistica che smonta l’infallibilità estetica del personaggio, restituendo al pubblico una figura che porta addosso, letteralmente, i segni dell’invecchiamento e del logoramento fisico. Un azzardo. Ma di quelli che fanno la storia del costume.

    Sedici ore di dolore e alluci valghi: il vero prezzo della moda

    La magia del grande schermo tende spesso a edulcorare la sofferenza fisica che si cela dietro un’inquadratura perfetta. Quando le è stato chiesto come abbia affrontato il ritorno nei temibili panni della direttrice di Runway, la risposta della Streep non ha lasciato spazio a romanticismi. Ha parlato apertamente di lamentele continue e di dolori atroci, descrivendo un calvario fatto di sedici ore al giorno in equilibrio su tacchi vertiginosi. «Non riesco a credere che cinquant’anni fa facessero indossare quelle cose alle donne», ha commentato con rassegnata ironia, sottolineando come calzature apparentemente delicate si trasformino in veri e propri strumenti di tortura. La spietatezza di Miranda, a quanto pare, si alimentava anche della reale sofferenza fisica provata dall’attrice sul set.

    Il nepotismo hollywoodiano e la nuova Emily in formazione

    Rimettere insieme i pezzi di una macchina perfetta ha richiesto un delicato gioco di incastri, agevolato da dinamiche personali che svelano il lato più umano e informale di Hollywood. Tra una battuta e l’altra, la protagonista ha ammesso senza peli sulla lingua che riabbracciare colleghi come Stanley Tucci, che nel frattempo ha recitato con lei in Julie & Julia ed è diventato il cognato di Emily Blunt, ha evidenziato con ironia quanto “nepotismo” esista in questo ambiente. Ma l’attenzione è puntata anche sui nuovi ingressi, in particolare su Simone Ashley. La giovane assistente viene descritta come una pericolosa discepola, una creatura che siede ai piedi del capo assorbendone il meglio e, soprattutto, il peggio. Una sorta di specchio in cui la vecchia guardia può osservare la propria eredità più tossica.

    Il riflesso di una società che ha smesso di sognare

    Sorge spontanea una riflessione su quanto la percezione del pubblico sia mutata rispetto all’inizio del millennio. Quello che una volta veniva esaltato come l’affascinante fenomeno delle “girlboss”, un termine oggi guardato con una certa insofferenza critica, vent’anni fa rappresentava una novità inebriante. Le donne al comando di grandi imperi, ambiziose e spietate, affascinavano per la loro rottura degli schemi. Oggi, in un panorama sociale ed economico decisamente più cupo e cinico, l’arroganza senza filtri di una Miranda settantaseienne, che ammette di essere diventata ancora più cattiva perché col tempo si smette di preoccuparsi di ciò che si dice, assume i contorni di una resistenza disperata. L’evoluzione di questo personaggio non è solo una questione di moda, ma lo specchio fedele di una generazione di leader che, di fronte a un mondo in disfacimento, preferisce stringere i denti e tirare dritto, a costo di sanguinare sui propri tacchi a spillo.

    L’approccio più saggio per godersi questo atteso ritorno non è cercare disperatamente la spensieratezza di un tempo, ma osservare con occhio attento i dettagli crudi e le crepe nell’armatura di una donna che rifiuta categoricamente di farsi da parte.