Le strade di Torino, spesso teatro di un disagio reale e palpabile, hanno recentemente ospitato un fenomeno che sfida la logica e il decoro sociale. Non è la prima volta che si parla di “falsi” poveri, ma il caso di quest’uomo, che chiameremo il “Clochard Chic”, supera la mera simulazione per sfociare in una vera e propria, involontaria, performance artistica. Lo abbiamo intercettato in mattinata, appena dopo l’orario di punta, mentre organizzava meticolosamente la sua “postazione” sotto i portici storici di Via Roma, un rito che sembra avere più a che fare con l’allestimento di una vetrina che con la disperazione. La sua presenza è diventata un mormorio insistente tra i commercianti e i pendolari: l’uomo siede sul marciapiede, certo, ma le sue ginocchia poggiano su un cartone perfettamente ritagliato e i suoi abiti, sebbene sporchi e consunti in modo strategico, non emanano l’odore della strada, bensì una leggera fragranza di ammorbidente economico. È un’attenzione al dettaglio che ha sollevato un quesito etico e antropologico: quanto è facile oggi inscenare la povertà e farla passare per realtà?
Il kit del mendicante professionista: dallo smartphone al caffè in edizione limitata
Ciò che tradisce il nostro uomo non è tanto l’abbigliamento, quanto la gestione logistica del suo ‘ufficio a cielo aperto’. Il “Clochard Chic” utilizza un kit di accessori che stona palesemente con l’immagine di un uomo che ha perso tutto. Il suo berretto di lana grigia è bucato ad arte, ma quando lo toglie per asciugarsi la fronte mostra una capigliatura pulita e una rasatura recente. L’oggetto più rivelatore, tuttavia, è il telefono cellulare. Non un vecchio modello scassato, ma un recente smartphone che tiene caricato attraverso un power bank di dimensioni generose, nascosto sotto la sua coperta a brandelli. L’abbiamo visto controllare le notifiche con una rapidità e una dimestichezza che mal si conciliavano con l’aria remissiva che assumeva al passaggio dei passanti. Un altro dettaglio surreale si è palesato durante la pausa pranzo: invece del classico cartoccio o della bottiglia di plastica, estrae da un sacchetto di tela un termos elegante e sorseggia quello che, a giudicare dall’aroma e dalla tazza utilizzata, sembra essere un caffè specialty, forse un monorigine brasiliano. È chiaro che la sua situazione non è dettata dalla necessità di sopravvivenza, ma da un calcolo economico preciso, trasformato in una singolare forma di lavoro a tempo pieno.
Orari di lavoro, turni e la burocrazia del marciapiede
La routine del “Clochard Chic” è di una regolarità che farebbe invidia a qualsiasi impiegato statale. Inizia il suo turno non prima delle 9:30, dopo che la folla mattutina si è diradata, e smonta puntualmente alle 17:00, con una pausa pranzo non negoziabile. Questo rigore ha permesso ai commercianti della zona di tracciare un vero e proprio palinsesto della sua attività. Ho provato ad approcciarlo durante un momento di apparente calma, offrendogli un panino e cercando di avviare una conversazione. La sua risposta è stata un capolavoro di freddezza professionale. Gli ho chiesto se avesse bisogno di aiuto o di un indirizzo per un rifugio notturno.
«Mi scusi, ma il turno finisce alle quattro e mezza», mi ha risposto con precisione svizzera, senza mai alzare lo sguardo e continuando a sistemare le monetine in piccoli mucchietti. «E per stanotte è tutto a posto, grazie lo stesso».
Ho provato a insistere, chiedendogli se fosse un attore o se stesse realizzando una sorta di esperimento sociologico. La sua replica, sebbene sussurrata, ha confermato la natura performativa della sua presenza: «Non faccio male a nessuno. La gente paga per guardare un film, perché non dovrebbe pagare per guardare me? È un servizio, no?». Dietro l’ironia amara, si nasconde la logica distorta di chi sfrutta la compassione pubblica come merce.
La reazione dei torinesi: empatia e sospetto
Il dibattito che si è acceso sui social media torinesi è polarizzato. Da un lato, c’è chi lo difende, sostenendo che se l’uomo trova un modo non violento per guadagnare, non deve essere giudicato. Dall’altro, i critici – spesso persone che lavorano realmente con i senzatetto – denunciano una grave offesa alla dignità di coloro che lottano quotidianamente contro la vera indigenza. Il problema non è tanto il singolo atto di mendicità simulata, quanto l’effetto a cascata che questo tipo di “performance” ha sulla fiducia generale. Ogni falso povero scoperto rende più cinico il passante medio, minando la volontà di aiutare chi è davvero in difficoltà. La società del costume, in cui l’immagine è tutto, ha finito per inghiottire anche la miseria, trasformandola in un set cinematografico autogestito. Il caso del Clochard Chic di Torino ci obbliga a riflettere su dove finisca l’aiuto disinteressato e dove inizi, per il pubblico, la semplice fruizione di una tragedia ben raccontata, anche se falsa. La sua puntualità e il suo stile impeccabile nel disordine sono un monito: nel ventunesimo secolo, anche la povertà può diventare un prodotto di nicchia, purché sia gestita con un’efficiente organizzazione manageriale.









