L’Appennino tosco-emiliano, si sa, custodisce segreti con la discrezione di una badante alpina. Per vent’anni, ha custodito Erminio. Non il classico recluso che ha litigato con il fisco o con la moglie, ma un uomo che, semplicemente, aveva trovato in un capanno di frasche e fango l’unica risposta sensata all’esistenza post-industriale. Il bosco era la sua fortezza, la sua assicurazione contro lo stress e, soprattutto, contro i campi obbligatori del 5G.
Il suo santuario, incastonato tra querce secolari e il mormorio costante di un ruscello senza nome, è stato violato una piovosa domenica di ottobre. Non da un cacciatore, non da un cercatore d’oro, ma da un drone. Un piccolo, ronzante demone di plastica nero, pilotato da uno sconsiderato influencer milanese in cerca di contenuti “autentici” per il suo canale dedicato all’escursionismo estremo. Il drone, superando una cresta rocciosa che per due decenni aveva funzionato come un cartello VIETATO L’ACCESSO, ha ripreso una figura barbuta, ferma come un tronco d’albero, che stava affumicando delle salsicce sopra un fuoco minuscolo, praticamente invisibile al satellite.
Il video, intitolato Ho trovato un Sasquatch italiano, ha generato in poche ore un moto di interesse che ha travalicato i confini regionali, trasformando l’anonima frazione di Montelupo (il comune amministrativamente più vicino a Erminio) nel nuovo epicentro della curiosità nazionale.
L’assedio dei buoni samaritani
La macchina del soccorso e, soprattutto, la macchina mediatica, hanno reagito con quella tipica isteria che riserviamo solo a chi osa disconnettersi. Non appena la notizia ha raggiunto le redazioni, l’area è stata letteralmente assediata.
Erminio, 62 anni di cui 20 passati a mimetizzarsi con la corteccia, si è ritrovato di fronte non più l’orso o il cinghiale, ma il cameraman con il giubbotto ad alta visibilità e il cronista che tentava di offrirgli un succo di frutta multivitaminico.
«Era un misto di indignazione e quiete assoluta», ha raccontato Luigi, 55 anni, un volontario del CAI che è stato tra i primi a raggiungere il sito, prima che venisse istituita una zona cuscinetto. «Noi eravamo lì preoccupati che fosse denutrito. Lui ci ha guardati, si è passato una mano nella barba lunga come un salice piangente e ci ha chiesto se per caso avevamo un buon sigaro toscano. Stava benissimo. Eravamo noi ad avere bisogno di psicofarmaci, non lui».
La sua abitazione, più che un rifugio, era un capolavoro di architettura organica: un tetto di canne e paglia, pareti intrecciate e un letto rialzato da terra, isolato dall’umidità. Il suo tesoro? Decine di quaderni riempiti con una calligrafia minuta, probabilmente appunti filosofici o liste della spesa composte esclusivamente da funghi e bacche selvatiche.
Il rifiuto dell’anagrafe
La vera sfida non era se Erminio fosse fisicamente idoneo a tornare alla civiltà – lo era, aveva i denti migliori della maggior parte dei residenti urbani – ma se la civiltà potesse sopportare il suo rifiuto.
Per vent’anni, Erminio è stato una macchia bianca nei database dello stato sociale: nessuno lo cercava, nessuno lo registrava. Ora, però, l’anagrafe e i servizi sociali di Montelupo erano in fibrillazione. L’uomo doveva essere identificato, intervistato, sottoposto a visita fiscale. Non si trattava di salvare un disperso, ma di recuperare un codice fiscale smarrito.
«Il problema qui non è l’eremitaggio, ma la devianza dalla norma burocratica», ha commentato a margine delle operazioni la dottoressa Stefania Baldi, antropologa urbana presso l’Università di Firenze, che ha raggiunto il campo base per osservare il fenomeno. «Erminio rappresenta il fallimento della nostra rete di controllo. Finché viveva nascosto era una leggenda, un “Silvano”. Ora che è stato filmato in alta definizione, è solo un 62enne non registrato che ha bisogno di una visita cardiologica e, orrore, di una carta d’identità valida. Noi non tolleriamo la libertà, tolleriamo solo la fuga organizzata».
Erminio, ex programmatore di Milano fuggito dalla bolla finanziaria del 2003, non aveva mai avuto intenzione di essere salvato.
«Quando gli abbiamo chiesto se volesse un caffè o una coperta termica, lui ha solo scosso la testa», ha riportato un vigile del fuoco, esausto dopo aver percorso 7 chilometri in salita. «Ci ha chiesto di togliergli di mezzo le telecamere e ha aggiunto: “Non capite? L’unica cosa che mi manca del mondo è il silenzio che ho trovato qui, prima che arrivaste voi”». Il punto fermo è stato messo non con rabbia, ma con la stanchezza di chi deve spiegare la geometria euclidea a una gallina.
Mentre l’autorità comunale discute se assegnargli una casa popolare o multarlo per occupazione abusiva di suolo pubblico, Erminio rimane nel suo capanno, ora sorvegliato a distanza per “motivi di sicurezza”. La sua privacy, un tempo garantita dal lupo e dal clima, è stata distrutta dalla fibra ottica.
La domanda che circola tra i pochi locali ancora in grado di distinguere un faggio da una quercia è semplice: adesso che la civiltà lo ha trovato, chi è che ha davvero bisogno di essere salvato? E quanto tempo ci metterà Erminio a trovare un altro bosco, più alto e più scuro, dove i droni non volano?









