Home Magazine Entertainment “La Grazia” di Sorrentino: una grande lentezza da finanziamento pubblico?

    “La Grazia” di Sorrentino: una grande lentezza da finanziamento pubblico?

    Toni servilo in una scena del film La Grazia, di Paolo Sorrentino

    È il testo dell’articolo 8 della Costituzione italiana su un’immagine del cielo ad aprire La grazia, che ha permesso a Toni Servillo di aggiudicarsi la Coppa Volpi per il miglior attore presso l’85° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
    Il Toni Servillo che torna dunque a proseguire il proprio sodalizio artistico con il regista Paolo Sorrentino calandosi nei panni dell’immaginario Presidente della Repubblica Mariano De Santis, il quale, alla fine del suo mandato, si trova dinanzi a problemi di natura morale che hanno a che fare con la vita e con la morte.

    Poster del film "La Grazia"Presidente soprannominato “Cemento armato” e che, vedovo e cattolico, affiancato dalla figlia Dorotea alias Anna Ferzetti, giurista come lui, deve vedersela con la richiesta di grazia per Isa Rocca, ovvero Linda Messerklinger, responsabile della morte a coltellate del marito, e per il Cristiano Arpa di Vasco Mirandola, che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer.
    Mentre è anche dubbioso se firmare o no la legge sul diritto all’eutanasia; man mano che apprendiamo, inoltre, che ha un figlio musicista rap che vive all’estero, il Riccardo di Francesco Martino, e che è tormentato dal sapere chi era l’uomo con cui la defunta consorte lo tradì quarant’anni prima.
    Una vera e propria ossessione che quasi finisce per rappresentare il filo conduttore de La grazia, privo di riferimenti a presidenti esistenti a detta dell’autore de La grande bellezza; il quale ha anche dichiarato di essere interessato a realizzare film che rispecchino il suo sguardo, perfino a costo di rimanere lontano dagli incassi record.
    Un discorso probabilmente valido quando si è cineasta consapevole di poter usufruire tranquillamente e indisturbato di ingenti finanziamenti pubblici, altrimenti ci si preoccuperebbe non poco di propinare agli spettatori qualcosa che li spinga ad acquistare il biglietto.

    E va bene che Servillo domina come sempre la scena rendendo pienamente giustizia al concetto di recitazione e che, tanto per cambiare, il comparto tecnico-artistico non può fare a meno di risultare eccellente, ma, per il resto, cosa dobbiamo aspettarci da La grazia?
    Con le consuete birrazzie sorrentiniane spazianti dall’ingegner Giordano di Fabrizio Bordignon in orbita nello spazio all’arrivo sotto alla pioggia del Presidente del Portogallo di Cesare Scova, un racconto per immagini che, strutturalmente parlando, pur privilegiando un’impostazione piuttosto teatrale testimoniata dall’abbondanza di ambientazione in interni non si discosta troppo, in fin dei conti, proprio dal sopra menzionato titolo premio Oscar dell’autore di Parthenope.

    Una scena del film La Grazia, di paolo Sorrentino
    La Grazia – Da sinistra in prima fila, Milvia Marigliano, Roberto Zibetti, Toni Servillo, Simone Colombari, Orlando Cinque

    Dunque abbiamo un onnipresente protagonista che, tra un’esilarante sequenza a cena insieme all’amica di vecchia data Coco Valori incarnata magnificamente da Milvia Marigliano e frequenti scambi di battute con il proprio corazziere, come in quel caso si cimenta di continuo in conversazioni in compagnia di altolocati personaggi; qui rappresentati, tra gli altri, dal Ministro di giustizia Ugo Romani di Massimo Venturiello e dal Papa afro-francese di Rufin Doh Zeyenouin.
    Il tutto infarcito di evidente sottotesto femminista – elemento sempre più utile ai fini dell’ottenimento dei finanziamenti pubblici di cui sopra – e con il solo fine di suggerire che la grazia è la bellezza del dubbio.

    Un lungometraggio sicuramente non per facili palati, ma che spinge anche a chiederci per quale motivo sottoporsi ad oltre due ore e dieci minuti di lentissima visione che, al di là delle allegorie assortite che le tempestano, cercano al massimo di catturare l’attenzione attraverso dialoghi spiega-concetti quali “Il diritto penale è la scalata per l’impossibile”, “L’impossibile è stabilire la verità”, “I democristiani nei momenti cruciali del nostro paese hanno saputo decidere”, “Attribuire troppa importanza alla verità è la deformazione professionale dei giudici” e “Prima o poi i segreti di Stato diventano di dominio pubblico”.

    Diciamo che in fatto di sorrentinate a base di politica erano decisamente più digeribili i maggiormente concreti e meno filosofici Il divo e il dittico Loro.
    Nelle sale cinematografiche a partire dal 15 Gennaio 2026.