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    Il grande mistero di Mestre: il gatto siberiano e la casalinga che ha bloccato Via Miranese per un fusa

    Mestre, si sa, non è il palcoscenico naturale per i drammi shakespeariani, bensì per i drammi condominiali, quelli che sanno di ragù della domenica e di bollette dell’acqua contese. Eppure, in un martedì soleggiato lungo Via Miranese, l’arteria che lega la terraferma alla laguna, si è consumato un evento che la storia locale ricorderà non per la sua gravità, ma per la sua assurdità scenica.

    Il protagonista, involontario, è Rasputin, un gigantesco gatto siberiano color crema, il cui pedigree varrebbe un appartamento a Marghera, e la cui padrona, la signora Elvira T., 62 anni, è l’epitome della casalinga veneta devota alla cura del focolare e, soprattutto, alla manutenzione del pelo del suo felino. Elvira, in quel momento cruciale, stava lucidando i pavimenti in marmo, un rito che precede la preparazione del brodo, quando l’armonia domestica si è frantumata con un tonfo secco e orribile.

    Rasputin, notoriamente allergico alle aspirapolveri e dotato di ambizioni verticali inspiegabili, aveva deciso che la ringhiera del sesto piano, normalmente un baluardo di sicurezza inossidabile, era un trampolino di lancio per un’evasione audace. Non per la libertà, si badi bene, ma per l’antenna parabolica del vicino, un oggetto metallico che sembrava esercitare su di lui un irresistibile fascino mistico.

    La crisi del sesto piano

    Il tonfo non era stato il gatto, ma la pesante palla di spago siberiano che Elvira usava come giocattolo. Rasputin era già a metà dell’impresa. Lo si vedeva, un panetto di muscoli e pelliccia, aggrappato con la dignità di un alpinista alpino alla sporgenza esterna, cinque piani sopra il caos urbano di Mestre.

    Elvira non urlò, non in senso convenzionale. Emise piuttosto un sibilo acuto, che perforò il vetrocamera dell’appartamento e raggiunse, intatto, il chiosco del tabaccaio all’angolo. Il sibilo significava, nel linguaggio non verbale di Via Miranese: il gatto è in pericolo, mobilitazione generale.

    In pochi minuti, la routine del quartiere andò in frantumi. Non si parlava più di quanto il Mose fosse costato, né della crisi del Prosecco. Si parlava solo di Rasputin.

    «È lì, è un disperato, vuole andare a Venezia, lo vedo nei suoi occhi!», strillava Elvira, affacciandosi con la testa talmente sporgente da far temere che potesse unirsi al gatto nella caduta libera.

    L’arrivo dei rinforzi

    La prima a reagire fu Caterina, la vicina del piano di sotto, una signora nota per la sua competenza nella lettura delle situazioni catastrofiche altrui.

    «Non toccarlo Elvira! Non urlare, lo spaventi!», suggeriva Caterina, mentre componeva il numero dei vigili del fuoco con la fredda professionalità di un controllore aereo.

    Quando la prima sirena, cavernosa e urgente, risuonò su Via Miranese, il dramma raggiunse il suo culmine. Erano le 11:30 e il traffico era già congestionato per il pranzo. L’arrivo di due autopompe e un’autoscala dei vigili del fuoco di Venezia-Mestre, con le luci lampeggianti che proiettavano ombre rosse sulle finestre, trasformò l’evento in un circo a cielo aperto. I messaggeri in bicicletta si fermarono, i corrieri di Amazon lasciarono i loro furgoni accesi e una dozzina di curiosi, armati di smartphone, creò un cordone di sicurezza improvvisato.

    L’odore di freni surriscaldati si mescolava al profumo del ragù della signora Elvira che, nel panico, aveva dimenticato il fornello acceso.

    Uno dei capi squadra, un uomo robusto con baffi da tricheco, alzò gli occhi verso il sesto piano. Rasputin, a quel punto, non sembrava per niente in pericolo. Anzi, si stava leccando con grande calma la zampa posteriore, godendosi l’attenzione mediatica.

    Il grande silenzio di Via Miranese

    La vera impresa non fu salvare Rasputin, ma issare l’autoscala fino al sesto piano senza danneggiare il geranio della signora del quarto. Un’operazione che richiese quaranta minuti di manovre millimetriche.

    «Mi creda, ho gestito incendi in raffinerie e allagamenti biblici in laguna», ha poi raccontato in esclusiva a questo giornale il capo squadra (che chiede di restare anonimo, per ovvie ragioni di decoro professionale), «ma l’isteria di quella signora mentre cercavamo di convincere un gatto pigro a muoversi, quella è stata la vera prova d’abilità. C’era tensione nell’aria. Siamo stati lì per mezz’ora con un retino, mentre sotto di noi si bloccava un’arteria vitale della città».

    Nel frattempo, la signora Elvira aveva fornito un resoconto dettagliato della storia clinica e dietetica di Rasputin a tre carabinieri e due poliziotti locali, che cercavano disperatamente di dirigere il traffico.

    Una volta che l’autoscala fu perfettamente allineata, il vigile del fuoco si avvicinò con circospezione al gatto. Rasputin lo guardò, sbadigliò, e con un salto inaspettato, tornò semplicemente sul balcone di Elvira, atterrando con la leggerezza di una piuma sulle piastrelle di marmo appena lucidate. Il tutto senza un graffio.

    La folla, che per quasi un’ora aveva trattenuto il respiro aspettando il dramma, emise un gemito collettivo di delusione e frustrazione.

    Il conto e la riflessione finale

    «Quella donna è teatrale», ha commentato l’ingegner Baggio, un passante bloccato nel traffico e in ritardo per un importante incontro a Treviso. «Stavo per perdere un affare di mezzo milione. E per cosa? Per un animale che evidentemente si annoia e ama l’altezza. La prossima volta spero blocchino il traffico per un affare vero, tipo un UFO, almeno ci sarebbe una storia da raccontare».

    La signora Elvira, riabbracciato il suo prezioso siberiano, non si è scomposta. Ha ringraziato i vigili del fuoco come se le avessero portato la spesa, ha promesso loro un caffè, e ha chiuso la porta per salvare il suo ragù.

    Rasputin, seduto sul divano di velluto, ha poi concesso la sua unica dichiarazione alla stampa: un breve, ma sonoro, fusa.

    A Mestre, ancora una volta, la cronaca ha dimostrato che non servono cataclismi per paralizzare una città, ma è sufficiente la perfetta combinazione tra un gatto di razza e l’amore ossessivo di una casalinga. Resta un solo dubbio: il costo di un’ora di traffico paralizzato su Via Miranese è superiore o inferiore al valore di quel pelo siberiano? È l’unico mistero che le autorità non sono ancora riuscite a risolvere.