L’attesa per vedere incarnato uno dei personaggi letterari più complessi degli ultimi vent’anni è terminata. Da lunedì 9 marzo 2026, la prima serata di Rai 1 accoglie Guerrieri – La Regola dell’Equilibrio, una produzione imponente targata Rai Fiction in collaborazione con Rai Com, Combo International e Bartlebyfilm. Non ci troviamo di fronte al classico legal drama rassicurante a cui la serialità generalista ci ha spesso abituati; questa opera, diretta con mano ferma da Gianluca Maria Tavarelli, è un’immersione nelle zone d’ombra della giustizia e, soprattutto, della coscienza umana. Girata con il sostegno fondamentale della Regione Puglia e di Apulia Film Commission, la serie in quattro serate porta sullo schermo i romanzi cult di Gianrico Carofiglio (Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio), affidando il volto e i tormenti dell’avvocato barese a un Alessandro Gassmann in stato di grazia.
Un antieroe tra le aule di tribunale e i vicoli di Bari
La narrazione ci presenta un Guido Guerrieri nel momento forse più critico della sua esistenza. Avvocato penalista brillante ma emotivamente “in bilico”, Guido sta affrontando la dolorosa separazione dalla moglie Sara e combatte la solitudine con sessioni di boxe e dialoghi interiori sferzanti. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Carofiglio insieme a Doriana Leondeff e Antonio Leotti, tesse una trama orizzontale che lega i casi giudiziari alle crisi personali del protagonista.
Vedremo Guerrieri impegnato su più fronti caldi: dalla difesa di Fabio Paolicelli, un trafficante che riemerge dal passato portando con sé vecchi rancori e nuove ambiguità, alla misteriosa sparizione di Manuela, una ventenne svanita nel nulla dopo una festa, un caso che spinge l’avvocato a indagare come un detective. Ma il vero filo conduttore che rischia di spezzare l’equilibrio precario di Guido è la vicenda del giudice Piero Larocca. Amico di vecchia data e magistrato stimato, Larocca finisce nel mirino del procuratore Berardi con l’accusa infamante di corruzione. È qui che la serie alza l’asticella: difendere un amico significa difendere la verità o solo una versione rassicurante del passato? Guerrieri si muove in una Bari notturna e “dark”, lontana dalle cartoline turistiche, dove il confine tra colpevolezza e innocenza è spesso deciso dalla capacità di convivere con il dubbio.

Il peso del casting e la visione registica
Chi lavora in questo settore sa che adattare un romanzo di successo è un rischio enorme, perché ogni lettore ha già fatto il proprio casting mentale. Tuttavia, la scelta di Alessandro Gassmann appare vincente proprio per la sua capacità di lavorare in sottrazione. L’attore ha confessato di aver attinto alle proprie personali fragilità per restituire l’umanità dolente di Guerrieri: «Sono uno che se devo piangere, piango; non ho un aspetto maschile “con le spalle larghe” da difendere», ha dichiarato, in conferenza stampa, sottolineando come il personaggio non sia un eroe monolitico, ma un uomo che non si vergogna delle proprie cicatrici.

Attorno a lui ruota un cast corale costruito con un’intelligenza produttiva rara, che mescola volti noti a talenti funzionali al racconto. Troviamo Ivana Lotito nel ruolo di Annapaola Doria, ex giornalista di cronaca nera divenuta investigatrice privata, un personaggio che buca lo schermo per imprevedibilità e coraggio. Michele Venitucci presta il volto all’ispettore Carmelo Tancredi, spalla solida e rigorosa, mentre Anita Caprioli è Nadia Greco, proprietaria del locale Chelsea ed ex assistita di Guido, figura chiave per comprendere il passato dell’avvocato.
Il cast si arricchisce con la presenza di Lea Gavino (la praticante Consuelo), Michele Ragno (il geniale stagista Toni) e Stefano Dionisi, perfetto nel ruolo ambiguo e carismatico del giudice Larocca. Da segnalare anche l’ingresso di Antonia Liskova nei panni di Margherita, la nuova vicina di casa violoncellista che potrebbe riaccendere una speranza sentimentale in Guido, e di Francesco Colella, che interpreta lo spregiudicato avvocato d’affari Stefano Corsano.
Dal punto di vista tecnico, la regia di Tavarelli compie una scelta di campo precisa: portare il cinema in televisione senza renderlo artificiale. Le riprese effettuate all’interno del vero tribunale di Bari, con il loro “disordine” scenografico fatto di faldoni e luci al neon, restituiscono un realismo tangibile, lontano dalle aule patinate delle fiction americane. «Volevo che la messa in scena dei processi fosse il più possibile fedele alla realtà», ha spiegato il regista, che ha lavorato su un montaggio serrato e su un’immagine fotografica sofisticata per tradurre visivamente i lunghi monologhi interiori del protagonista. Una produzione che promette di segnare un nuovo standard qualitativo per la fiction Rai, unendo l’intrattenimento popolare alla profondità d’autore.









