Home Magazine Entertainment Black Phone 2: gli occhi Freddy della paura

    Black Phone 2: gli occhi Freddy della paura

    Nel mezzo di un paesaggio di montagna innevato, una ragazza all’interno di una cabina telefonica nel Colorado del 1957 introduce Black phone 2, che, una volta superati i titoli di testa, si sposta nella North Denver di venticinque anni più tardi.
    La North Denver in cui nel 2021 si svolse il primo capitolo, derivato da un racconto scritto dal Joe Hill che, all’anagrafe Joseph Hillström King, altri non è che il figlio del re dell’horror su carta Stephen King e che vide protagonista Mason Thames nei panni del tredicenne Finney Shaw, bullizzato a scuola e destinato a finire rinchiuso in un seminterrato da un sadico assassino mascherato denominato il Rapace.
    Il Finney Shaw che, ora diciassettenne, si trova ad avere a che fare con il fatto che la sorella Gwen alias Madeleine McGraw, più piccola di due anni, comincia a ricevere nei sogni chiamate dal telefono nero suggerito dal titolo e ad essere in preda ad inquietanti visioni di tre ragazzi perseguitati in un campo invernale noto come Alpine Lake.
    Nome, quest’ultimo, che appare immediatamente quale richiamo in versione alpina del Crystal Lake scenografia di Venerdì 13, rievocato anche nel look degli alloggi in cui, determinata a risolvere il mistero e a porre fine all’incubo per sé e per suo fratello, Gwen si reca insieme a lui durante una tempesta di neve.
    D’altra parte, se già il primo Black phone lasciava avvertire influenze assortite spazianti dal telefono collegato con l’aldilà visto in Poltergeist II – L’altra dimensione alla classica situazione claustrofobica proto-Saw, suggerendo oltretutto echi del Sinister diretto dallo stesso Scott Derrickson che torna qui dietro alla macchina da presa dopo essersi occupato del capostipite, questo sequel si propone in maniera analoga in qualità di altro frullato di elementi più o meno classici della paura in fotogrammi.
    Infatti, senza preoccuparsi troppo di cercare originalità, trasforma il nuovo Rapace – per la seconda volta interpretato sotto la maschera dal candidato al premio Oscar Ethan Hawke – in un evidente clone ultraterreno di Freddy Krueger, tanto da ricalcare in maniera chiara attraverso le aggressioni oniriche a Gwen quelle ai danni della povera Tina nel primo Nightmare.
    Una Gwen i cui sogni vengono rappresentati attraverso una qualità visiva sgranata da vecchia pellicola; man mano che, con inclusi nel mucchio immancabili jump scare e un minimo di splatter, emergono legami tra il mostro e la sua famiglia.
    E, se il ritmo di narrazione scorre piuttosto lento rischiando di rendere in più occasioni noiosa la oltre ora e cinquanta di visione (un po’ eccessiva), rispetto al suo predecessore Black phone 2 – nelle sale cinematografiche italiane dal 16 Ottobre 2025 – vanta almeno spettri di ragazzi decisamente inquietanti e una fredda ambientazione che garantisce un’atmosfera funzionale alla vicenda horror portata in scena.
    Anche se, proprio come nel caso del primo film, ci troviamo dinanzi ad un’operazione che non offre nulla di eccezionale e che può conquistare al massimo i profani del genere appartenenti alla generazione del XXI secolo.