Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024 e in anteprima italiana presso il Busto Arsiszio Film Festival 2025, The shrouds – Segreti sepolti è il lungometraggio che il cineasta canadese David Cronenberg ha scritto mentre affrontava il dolore per la perdita della moglie, avvenuta nel 2017; infatti spiega: «Per me è stata un’esplorazione, perché non si trattava solo di un esercizio tecnico, ma anche di un esercizio emotivo».
Il Karsh che, uomo d’affari, in seguito alla morte della consorte ha inventato una tecnologia che permette attraverso una applicazione del telefono cellulare o dei monitor installati direttamente sulle lapidi di tenere sotto controllo la progressiva decomposizione dei corpi sepolti.
Il Karsh che, quindi, affronta l’elaborazione del lutto in questa maniera del tutto rivoluzionaria e controversa, oltretutto impegnato costantemente a confrontarsi con un’intelligenza artificiale progettata da Maury alias Guy Pierce, ex marito di sua cognata Terry, ovvero la Diane Kruger che presta i connotati anche alla defunta.
La Diane Kruger che, apparendo al protagonista in raccapriccianti visioni nuda e priva di un braccio e di un seno, consente dunque a The shrouds – Segreti sepolti di rientrare a suo modo nella tipologia di lungometraggi incentrati su orrori legati alla metamorfosi del corpo cui Cronenberg ci ha abituati.
Sebbene l’operazione in questione non si collochi strettamente nel genere horror; soprattutto dal momento in cui diverse tombe, compresa quella della donna, vengono profanate, con la conseguenza che Karsh decide di individuare ad ogni costo i responsabili.
E da qui la vicenda comincia a rientrare nel filone delle cospirazioni, tirando in ballo anche la non vedente Soo-Min alias Sandrine Holt, misteriosa inviata di nuovi investitori.
Ma è da qui che comincia anche a risultare non poco confusa, proprio come la direzione che l’insieme intende prendere.
Un aspetto che potrebbe quasi spingerci a pensare ad un’enfatizzazione del disorientamento che si prova nel periodo successivo ad un’importante perdita, ma che non basta a strappare The shrouds – Segreti sepolti dalla classificazione di opera non del tutto riuscita, tanto più che caratterizzata da un’eccessiva lentezza di narrazione nel costruirsi interamente sui dialoghi.
Pur rimanendo tra i lavori cronenberghiani più personali, oltre che non privo, come di consueto, di originalità.